Nel blog abbiamo più volte ospitato qualche scritto di Ugo Pagnotta, emigrato negli Stati Uniti nei primi anni ’50. Domenica scorsa se n’è andato a 95 anni. Ci lascia un prezioso libro di ricordi, di cui abbiamo già pubblicato brani.
Qui di seguito, il necrologio.
Ugo S. Pagnotta, 95, of Brick passed away peacefully on Sunday, December 9, 2018 at his home in Brick surrounded by his family. Mr. Pagnotta worked as a tailor for Brooks Brothers in New York City for many years before retiring. He was a communicant of St. Dominic’s RC Church in Brick.
Born in Aiello Calibro, Italy, he immigrated to the United States in 1951, settled in Brooklyn and lived there until coming to Brick in 1998.
Mr. Pagnotta was predeceased by his brothers, Aldo and Enrico Pagnotta. Surviving are his loving wife of 60 years, Gertrude (Incarnato) Pagnotta; son, George Pagnotta and his wife, Lynda of Brick; daughter, Lucille Pagnotta and Esther Weatherington of Staten Island; sister, Carmela Casella of Brick; 2 grandchildren, Nicole Bruno and her husband Joe of Lakewood, and Carissa Pagnotta of Brick; and great grandsons, Dominic and AJ Bruno; and many nieces and nephews.
Visiting will be on Tuesday from 2-4 and 7-9pm at the O’Brien Funeral Home, 505 Burnt Tavern Road, Brick. A Mass of Christian Burial will be offered 10am on Wednesday at St. Dominic’s RC Church, Brick. Burial will follow at Resurrection Cemetery, Staten Island.
A partire dal 1861, data in cui si realizza l’Unità italiana, il paesino conta 3.831 abitanti, come si evince dai dati del Censimento di quell’anno. Dieci anni dopo, scendono a 3.230 e nel 1881 si attestano sui 2.286. Dal 1901 sino al 1951, la popolazione cresce costantemente. Dai 3.515 dell’inizio del secolo passa ai 5.578 del 1951. Poi, la curva comincia a scendere nuovamente. Il 1961 segna 5.559; mentre nel 1971 arriva a 3.282. Scende ancora nel 1981 (2.852); per risalire di poco a 3.079 nel 1991. Nel 2001 gli abitanti erano 2.446.
Come tutti i piccoli e grandi centri soprattutto del Meridione, Aiello non è sfuggita alle grandi emigrazioni verso terre lontane in cerca di lavoro e miglior fortuna.
Tanto per dare una idea della consistenza dei flussi migratori, sappiamo che nella sola provincia di Cosenza, secondo i dati dell’Annuario statistico dell’emigrazione italiana dal 1876 al 1925, quelli che partirono per esempio nel 1905 furono circa 22 mila contro 4 mila rimpatri. Una cifra che rimane più o meno tale per tutti gli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale.
«Nel decennio prebellico oltre centodiecimila emigranti della provincia di Cosenza – scrive Vittorio Naccarato nel libro Le Scuole Rurali agli inizi del ‘900 (Edizioni Klipper) – non ritornano nei paesi di ori gine. Anche se non tutti si sono stabiliti definitivamente all’estero, negli Usa ed in Argentina mette radici una co lonia di cosentini talmente ampia e solida, che permetterà nel dopoguerra, malgrado le drastiche restrizioni imposte dal governo statunitense, un flusso migratorio meno in tenso, ma pur sempre significativo alimentato dagli atti di richiamo del capofamiglia “americano”ormai a tutti gli effetti. Diversamente l’ondata migratoria avrebbe assunto i ritmi degli anni precedenti il conflitto come dimostrano le quasi ventiduemila partenze del 1920».
Per il Circondario di Paola, citiamo ancora Naccarato, «emigra un numero di lavorato ri superiore a quello della media provinciale: nel quin quennio 1901-05 partono 328 persone su 10 mila abitanti, contro i 270 dell’intera provincia. Tra i paesi di massima emigrazione nel biennio 1904-05 si trovano Amantea con 755 emigrati su 10 mila abitanti; S. Pietro con 880, Terrati con 750 e Serra con 620. Queste sono cifre da capogiro, perché sconvolgono nel volgere di pochissimi anni la vita, le abitudini e la menta lità di un buon terzo della popolazione di questi paesi, la quale stabilisce con gli USA e gli stati del Rio de la Plata rapporti molto più intensi e diretti – di natura economica, epistolari, di vivo interesse per gli avvenimenti politici – di quelli allacciati con lo Stato italiano in quaranta anni di vita unitaria».
Per quanto riguarda Aiello, facendo riferimento sempre ai dati riportati da Naccarato, registriamo un notevole flusso di emigrati. Le cifre si evincono dai dati dei diversi censimenti a partire da quello del 1861 ad arrivare a quello del 1951. Lo scarto tra la popolazione residente al momento del rilevamento e quella presente va dai meno 170 (4,4%) del 1861, a livelli più consistenti come quelli del 1911, anno in cui ben 474 Aiellesi (popolazione 4016), maschi adulti che partono da soli senza le famiglie, pari al 12% della popolazione, partono per gli Stati Uniti e l’Argentina. Non sono da meno le partenze del 1921 (313 emigrati su 4184 pari al 7,4); del 1931 (463 su 4943 pari al 9,3%); 1951 (545 su 5578 pari al 9,8%). In anni successivi, come è noto, l’emigrazione continua a spopolare il paese. Non saranno più principalmente le mete transoceaniche che gli emigrati scelgono per trovare lavoro, ma gli stati europei come Belgio, Francia e Germania; e poi le grandi città industriali del nord Italia.
TRA le centinaia di minatori morti a Monongah, West Virginia, il 6 dicembre 1907, ci sono una quarantina di calabresi. Secondo le cifre ufficiali dell’epoca, le vittime totali della sciagura sono 361, di cui 171 italiani. In seguito, si viene a sapere che probabilmente i morti si avvicinano a mille (ma la cifra è controversa e per i necessari approfondimenti vi rimandiamo alle ricerche del prof. Tropea), la metà di origine italiana, provenienti da Abruzzo, Molise, Campania e appunto Calabria. I paesi da cui sono emigrati, ricordati in occasione del centenario, nel 2007, sono Caccuri, San Giovanni in Fiore, Carfizzi, Falerna, Guardia Piemontese, Strongoli, Castrovillari, Gioiosa Ionica, San Nicola dell’Alto.
Ma anche Lago, paesino in provincia di Cosenza, è ora incluso nell’elenco. Quel venerdì 6 dicembre, nella miniera della città del West Virginia interessata da una serie di forti esplosioni, muoiono tre emigrati di Lago. Un tributo di sangue che si va ad aggiungere alle storie già raccontate. Si chiamano Francesco Abate (Abbate), 42 anni, Carlo Giovanni, 19, e Giuseppe appena 14enne.
La tragedia per anni dimenticata viene ricostruita, analizzata e raccontata grazie allo studio di ricercatori e appassionati come Joseph Tropea della George Washington University che con perseveranza continua la sua ricerca dei parenti delle vittime. È soprattutto merito suo se si è riusciti a contattare in Italia figli e nipoti di quei poveri disgraziati. Nell’opera di divulgazione di questa triste pagina della più grave tragedia sul lavoro per gli emigrati italiani, anche un giornale come Gente d’Italia ha fatto la propria parte. Una pagina triste della storia dell’emigrazione italiana. “Come Marcinelle. Più di Marcinelle”.
Le bare dei minatori
Nei giorni 4 dicembre, giorno di S. Barbara patrona dei minatori, e 5 dicembre del 1907, giorno in cui viene anticipata la celebrazione di S. Nicola, la miniera di Monongah, dalla quale si estrae carbone ed ardesia, è rimasta chiusa. Il paesino dei monti Appalachi, tremila anime, ha avuto due giorni di festa per tutti. Secondo la ricostruzione del prof. Tropea, la Compagnia che gestisce la miniera, nei giorni di chiusura per risparmiare ha spento gli aereatori e di conseguenza il gas grisou si è accumulato nelle gallerie. Quel venerdì 6 dicembre, al ritorno al lavoro dei minatori, è bastata una scintilla per far saltare tutto in aria. Poco prima delle 10.30, due esplosioni devastano la miniera. Il boato si sente a 12 chilometri di distanza. Un terremoto che sconquassa il ventre della miniera e fa tremare la terra circostante. Subito dopo, è un coro di grida, di disperazione. Dalle baracche in cui vivono i minatori e le loro famiglie, mogli e figli, parenti, ed i minatori degli altri turni, si precipitano verso il luogo dello scoppio. Un fumo denso e aspro fuoriesce dagli ingressi. I soccorritori si danno da fare, ma la situazione è infernale. Si salveranno solo in 4 o 5. Nei giorni successivi, i corpi recuperati sono centinaia e centinaia, ammassati prima nella banca locale, e poi sul corso principale. Vi sono, tra i corpi dilaniati riconosciuti dai parenti, anche moltissimi non identificati che verranno seppelliti in fosse comuni. Circa 250 le vedove, e un migliaio gli orfani, le conseguenze che la tragedia ha lasciato. Le stime fatte a ridosso dell’incidente parlano di cifre più contenute rispetto a quelle ipotizzate successivamente. Molto importante, per non dimenticare quanto avvenuto, il ruolo del reverendo di Monongah, Everett Francis Briggs, che nel 1964 in una pubblicazione raccoglie documenti, testimonianze dei parenti.
Se il numero delle morti è controverso, quelle che invece appaiono certe sono le terribili condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i minatori che possono contare – con il cd buddy system o pal system – nell’appoggio altrui per affrontare e sopportare le ostili condizioni di vita nei cantieri. Questi aiutanti, che si recano al seguito dei minatori dentro le gallerie, non vengono assunti, non è nemmeno registrato il loro ingresso. Prendono solo qualche mancia, a secondo della quantità di ardesia che riescono a portare in superficie. La paga dei minatori è poco meno di un dollaro al giorno, anche se in proporzione più alta di un bracciante calabrese di allora. Si vive in piccole baracche di proprietà della stessa compagnia mineraria, spesso fatiscenti e prive degli indispensabili servizi igienici. L’orario di lavoro è di più di dieci ore al giorno. Un tipo di lavoro che gli altri emigrati non sono più disposti a fare e che viene invece fatto dagli italiani che insieme a polacchi, slavi e turchi, avranno le maggiori perdite di vite.
Dopo il gravissimo incidente, purtroppo, non c’è l’interesse delle autorità per accertare le responsabilità, e anche i risarcimenti alle famiglie spesso non arrivano mai a destinazione.
Il prof. Tropea con Giuseppe Cino a Lago
LA RICOSTRUZIONE STORICA DEL PROF. TROPEA E LA VICENDA UMANA DELLA FAMIGLIA ABATE
Nel mese di ottobre 2016, Tropea ha visitato Lago, accompagnato da Enrico Grammaroli dell’Università Tor Vergata di Roma, per avere delle conferme sulle sue ricerche e sulle vittime laghitane. Una ricostruzione della vicenda della famiglia Abate -, che si è svolta tra gli archivi comunali, e parlando con le persone più anziane. Alla ricerca hanno collaborato Giuseppe Cino della neonata associazione dei “Laghitani nel Mondo” ed il cav. Salvatore Muto, mente storica degli emigrati laghitani.
Francesco Abate nasce a Lago nel 1865 da Carlo e Luigia Scanga, primo di 5 figli. All’età di 22 anni si sposa con Maria Gaetano di Castrovillari. Dal matrimonio nasceranno: Carlo Giovanni nel 1888, Giuseppe nel 1893, Luigia nel 1896, Battista nel 1898, Giovanni nel 1900 ed infine Enrico nel 1903, anno in cui la famiglia emigra in America in cerca di fortuna. Qui, il padre Francesco con i figli Carlo e Giuseppe vengono assunti dalla “Fairmont Cool Company” che opera nell’estrazione del carbone. Lavoreranno sotto terra a decine e decine di metri sotto le profondità del fiume West Fork, sino a quella mattina di dicembre. Gli Abate si trovavano tutti e tre nella galleria n° 6 dove perdono la vita – sempre stando alle cifre ufficiali fornite nel gennaio 1908 dall’Annual Report of Department of Mines del West Virginia – una sessantina di italiani, mentre più di un centinaio moriranno nella galleria n° 8.
Da allora, dopo la loro morte degli Abate si perde memoria della tragedia. Giuseppe, fratello di Francesco che era rimasto a vivere nella propria terra, di questa storia non aveva più saputo nulla, e né la pronipote che attualmente vive a Lago, con la quale ha avuto modo di parlare il prof. Tropea, ha mai saputo della sorte dei congiunti emigrati. Ora, grazie al lavoro di scavo del docente della cattedra di sociologia alla George Washington University, e figlio egli stesso di un minatore italiano di origini calabresi, che da una quarantina di anni compie ricerche sul disastro di Monongah, si conosce un pezzetto di storia in più di questi sfortunati nostri connazionali che invece di realizzare i loro sogni, in America hanno trovato la morte, sepolti lontano, su una collina di Monongah.
MONONGAH A TRAGEDY NOT TO FORGET (aggiornamento 6 dicembre 2018)
Foto di gruppo con il prof. Tropea, Pino Cino ed il figlio Francesco Domenico, ed una parente degli Abate residente a Lago (foto Bruno Pino)
Today the 111 years of the tragedy of Monongah in West Virginia (USA) occur, where 361 miners died, of which 170 were of Italian origin, most of them from Calabria, from Caccuri, San Giovanni in Fiore, Carfizzi, Falerna, Guardia Piemontese, Strongoli, Castrovillari , Gioiosa Ionica and San Nicola dell’Alto and Lago.
Among the victims are three of our countrymen Abbot (Abbate) Francesco of 42 years and his two sons Carlo Giovanni of 19 and Joseph of 14 years.
After many years the mining tragedy of Monongah is rebuilt, analyzed and revealed to the world thanks above all to the study of researchers and enthusiasts. These include Joseph Tropea, professor emeritus of George Washintong University, who continues his search for relatives of the victims. It is especially thanks to him if he managed to contact in Italy, children and grandchildren of those poor wretches.
Today, those who are forced to leave their country must be recognized as having contributed to the redemption of their land of origin from poverty, as well as to the progress of the host communities, through hard work, sometimes humiliating, but certainly a job done with dignity and dedication, work that has often allowed to achieve prestigious goals, high professionalism and success in all areas of social life often cost the sacrifice of their lives.
The human and social affair of Monongah should not, however, only be a reason for commemoration, but must represent the commitment on the part of all of us in the construction of a conscious citizenship and a culture of security that can avoid the repetition of similar tragedies in the workplace. Especially today that Italy has become land of landing and hope for so many people who come from the poorest countries in the world and who, today as then, seek better conditions of life.
The commemoration of the tragedy of Monongah must serve, especially to the younger generations, to reflect on the phenomenon of “emigration” and to recognize equal dignity and rights to those who, like so many of our emigrants, leave their land and family to build a better future.
Aiello, molti visitatori per le mostre sull’emigrazione italiana in Francia; e delle opere dell’artista Giuseppe Civitelli.AIELLO CALABRO – Due esposizioni, in questo scorcio d’agosto, inaugurate da qualche giorno, animano culturalmente la cittadina collinare.
La prima mostra, dal titolo “Esperons que…”, aperta tutti i giorni dal 10 al 20 agosto (Casa delle Culture, 18.00 – 21.00) , ha come tema l’emigrazione italiana in Francia negli ultimi 150 anni, ed è curata dal Comites di Chambery e patrocinata dal Comune di Aiello Calabro.
Il percorso espositivo può essere descritto come il tentativo di rispondere a una serie di domande: le stesse domande che descrivono l’esistenza di tanti migranti di oggi. Che cosa ha spinto tanti italiani a emigrare? Quali erano i loro sogni e le loro aspettative? Quale la realtà con cui, una volta giunti in Francia, hanno dovuto confrontarsi? E ancora: come sono stati accolti dalla popolazione savoiarda? Quale ruolo hanno svolto nella comunità che li ha ospitati? Quali sono stati i loro mestieri? Quali i rapporti che hanno mantenuto con l’Italia e con chi è rimasto?
Tutto questo viene raccontato attraverso le immagini inedite che i discendenti dei tanti italiani emigrati a Chambéry e in Savoia hanno tratto dai loro album di famiglia. Fotografie spesso sbiadite o ingiallite che descrivono un mondo apparentemente passato, privato e lontano da noi, eppure legato strettamente al nostro presente, alla nostra identità, ai rapporti che ci legano ai nostri vicini d’oltralpe. Fa da complemento alla mostra il libro dall’omonimo titolo di François Forrais e Angela Caprifoglio, presenti in questi giorni nella cittadina, assieme alla signora Anna Cuglietta, aiellese emigrata e parte del team d’oltralpe che ha allestito l’evento.La seconda mostra (vernissage l’11 agosto scorso), invece, è dedicata a Giuseppe Civitelli (Aiello 1907 – Roma 1990), artista e ceramista «di maggior talento della seconda metà del ventesimo secolo». L’esposizione, che è patrocinata sempre dall’amministrazione locale ed è curata dai figli dell’artista, è allestita in una location d’eccezione. È la prima volta, infatti, che palazzo Cybo Malaspina, grazie alla collaborazione delle proprietarie, le signore Elena e Valeria Viola, ospita una iniziativa del genere. Si potrà visitare sino al 20 di agosto, tutti i giorni, dalle 19 alle 22.30.
«Pur se inserito nel quadro più ampio dell’arte italiana e della storia dell’arte ceramica più recente – scrive la critica Lisa Hockemeyer, già curatrice di una mostra di grande successo a Londra sull’arte ceramica italiana, in cui erano presenti anche le opere dell’artista nativo di Aiello Calabro – Civitelli è stato una delle figure ricorrenti nel vivace panorama artistico romano degli anni ’50 e ’60 e oltre».
Una mostra di grafiche, dipinti, e ceramiche che «offre una opportunità unica – scrive ancora Lisa Hockemeyer – per rivisitare e rivalutare la carriera artistica di Giuseppe Civitelli. Tale opportunità si è fatta attendere a lungo».
AIELLO CALABRO, CS (12 agosto 2011) – Chi era veramente Cristoforo Colombo? Era davvero figlio di papa Innocenzo VIII Cybo? E che ruolo ebbe, lo stesso pontefice, nella spedizione verso le Americhe? Fu una “scoperta” quella del Christo Ferens, del portatore di Cristo, o solo una “rivelazione”? E che rapporti aveva, l’Ammiraglio, con San Francesco di Paola?
Su questi ed altri interrogativi, che ruotano tutti attorno alla figura di Colombo, “l’eroe che dovrebbe essere santo” (il cui processo di beatificazione fu avviato ed interrotto per due volte), converseranno domenica 21 agosto 2011, ad Aiello Calabro, antico borgo del cosentino che fu feudo dei Cybo, il colombista Ruggero Marino, autore del libro “L’Uomo che superò i confini del mondo” (Sperling & Kupfer 2010), lo storico Fausto Cozzetto, docente di storia moderna all’Unical, Giuseppe Pisano, studioso di Calabrès e Manetti, padre Rocco Benvenuto dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola, e Mario Caligiuri, assessore alla cultura della regione Calabria. Ospiti del rendez-vouz ideato dal “Blog degli Aiellesi nel Mondo” animato da Bruno Pino, i sindaci Francesco Iacucci e Francesco Tonnara delle Comunità di Aiello e di Amantea.Le tesi di Marino, giornalista che ha lavorato per più di 30 anni a Il Tempo, esposte anche nei precedenti volumi: Cristoforo Colombo e il papa tradito (Newton Compton, 1991 e Edizioni RTM 1997), e Cristoforo Colombo, l’ultimo dei Templari (Sperling & Kupfer 2005), sono certamente “rivoluzionarie”. L’autore, che fa parte pure della Commissione scientifica per le annuali celebrazioni del 12 ottobre in onore di Colombo, nell’ultimo libro «smonta uno ad uno i “miti” costruiti sulla figura dell’Ammiraglio». Colombo non sbarcherà in America per errore, nel tentativo di raggiungere l’Oriente, ma invece, «è perfettamente consapevole del suo obiettivo ed è molto più di un semplice e fortunato uomo di mare. Si muove sulla base di antiche mappe con la decisione di un missionario, di un soldato di Cristo, con lo stesso afflato religioso che caratterizza gli ordini cavallereschi e, in particolare, quello più misterioso della Storia: i Templari».L’incontro culturale, che si svolgerà, proprio nella piazza che ospita lo storico palazzo che fu dei feudatari Cybo, che tanta parte ebbero nella vicenda colombiana, sarà anche un primo passo verso ulteriori e più approfondite indagini sulla figura e sul ruolo di papa Giovanni Battista Cybo nel più importante avvenimento della storia dell’umanità, dopo la nascita di Cristo; e naturalmente, sui marinai Anton Calabrès di Amantea e Angelo Manetti di Ajello, il quale secondo l’Orlandi è tra i partecipanti alla spedizione di Vasco da Gama che lo porterà a Calcutta nel 1497, e «compagno di Cristoforo Colombo – come scrive lo storico Rocco Liberti – in uno dei suoi viaggi verso le Americhe».
AIELLO CALABRO Cs – Anziani e Internet. Se ne è parlato ieri, nella trasmissione televisiva “Formato famiglia” in onda su Sat 2000, la televisione dei Cattolici Italiani. Tra i protagonisti della puntata condotta in studio da Antonio Soviero e Arianna Ciampoli, in onda dalle 12 alle 13, c’era in collegamento esterno da Aiello Calabro (Cs), Domenico Medaglia, o Zio Mimì, come preferisce farsi chiamare.
Medaglia, maestro elementare per tantissimi anni, classe 1916, ha raccontato all’inviato Emilio Ravel (giornalista, autore televisivo italiano, uno dei pionieri della televisione in Italia) di come ha iniziato a smanettare col computer. Zio Mimì, quando aveva 84 anni – ora ne ha appena compiuti 93 – ha deciso che avrebbe dovuto imparare a usare il computer e a collegarsi alla Rete per comunicare con figli, parenti ed amici. Detto fatto. All’inizio un po’ di difficoltà, ma poi pian piano, con qualche aiutino, è riuscito a imparare senza troppe complicazioni. Così, ora, oltre ad usare il Pc per scrivere poesie, zio Mimì lo usa anche per stare in contatto con il mondo. Da qualche settimana, è addirittura iscritto a Facebook, il famoso social network. Come dire che – soprattutto per i suoi coetanei – non è mai troppo tardi per avvicinarsi ad uno strumento così importante.
Tre i collegamenti in esterna, nel corso della puntata, duranti i quali zio Mimì ha risposto alle curiosità di Ravel che, inoltre, ha intervistato in diretta pure i redattori del sito web dedicato agli Aiellesi nel Mondo, uno spazio virtuale che agevola gli emigrati del piccolo paesino calabrese a ritrovarsi e a non perdere contatto con le proprie radici culturali.
LA TRASMISSIONE FORMATO FAMIGLIA, ANDATA IN ONDA STAMANE SU SAT 2000 (CANALE 801 PIATTAFORMA SKY) DALLE 12 ALLE 13, SARà REPLICATA OGGI POMERIGGIO ALLE ORE 18.30 E STANOTTE ALLE 00.30 CIRCA. RICORDIAMO CHE SI PUò SEGUIRE, OLTRE CHE SUL SATELLITE, ANCHE IN STREAMING DAL SITO WEB www.sat2000.it.