di Carmelina Sicari (già direttrice di Calabria Sconosciuta)
- Non sei contenta? - mi chiedeva un'amica all'uscita del ministero della cultura che parlava di ritorno a Croce ed alla Magna Grecia. - No, non sono contenta. Non abbiamo bisogno di tornare indietro, ma di andare oltre, e non di cose vecchie e sorpassate, bensì di innovazione. Non che la filosofia crociana sia da considerarsi retrò ma lo scriba che pensa al futuro mescola cose antiche e nuove. Vetera et nova.
Sono frecce di desiderio volte verso l'altro lido. È una frase di Nietzsche per rappresentare l'oltre-uomo, mentre si va verso il futuro, la nostalgia è volta al passato. Non che Croce non meriti nostalgia. Bisogna onorare l'altissimo filosofo, il signore della critica letteraria. Studentessa di liceo, leggevo La letteratura della nuova Italia, dove egli sanciva lapidari giudizi, la validità di autori ed opere. Russo, Momigliano ne ascoltavano con deferenza il dettato. Ma il Sud ha bisogno di altro. Di comunicazione, di rapporti, deve uscire dall’isolamento.
Quando in Gente d'Aspromonte di Corrado Alvaro Antonello vede i carabinieri venuti ad arrestarlo dice a se stesso che finalmente potrà dire ciò che si merita allo stato. Incontrare lo stato, comunicare è il messaggio, rifondare la parola.
Dopo le generose generazioni di meridionalisti i Dorso, i Villari che parlavano di un popolo di formiche che abbandonava la terra per la maledizione dell'emigrazione, e la rappresentazione dei piedi chiodati che ritmavano l'esodo, la generazione alvariana capiva che bisognava costruire il dialogo, la generazione dei Cingari, dei Pedullà. Ma anche dell’arcivescovo di Reggio Calabria, Mons. Lanza, morto in modo misterioso giovanissimo appena dopo avere stilato una Lettera sul Mezzogiorno.
La generazione alvariana aveva profondamente capito: il merito di Alvaro va legato alla Calabria, all'Europa. Da Parigi, dalla Russia, lo scrittore di S. Luca aveva fatto sì che il mondo convergesse nella solitudine di Antonello, nei suoi sogni di riscatto, di revanche rispetto al pingue massaro che ostentava l'opulenza mentre i pastori continuavano la loro vita grama chiusi nei cappucci, appoggiati alle lunghe pertiche a dialogare con il gregge.
Cingari con la storia aveva percorso le contraddizioni della Calabria ma ne aveva visto la nobiltà in Giacobini e sanfedisti, la potenziale carica rivoluzionaria nel sentimento di giustizia, nella ribellione contro la diseguaglianza.
Pedullà aveva al suo attivo un saggio dal titolo singolare: Il mondo visto da sotto. È il titolo che mi piace immediatamente, dato che amo le prospettive rovesciate, le vie inconsuete, i tao inesplorati.
E qui autori meridionali come Pirandello, Sciascia e poi Camilleri e poi Alvaro, trovano la loro apoteosi, il loro Pantheon.
Il messaggio esplicito è che c'è un mondo visto da una prospettiva non solo decentrata ma per così sottostante, sottoposta che è più vero di quello di sopra.
Mi viene in mente che nel mondo classico si usava dividere due mondi con due termini estremamente semplici: Oi katoi ed oi ano. Quelli di sotto, cioè i morti e quelli di sopra ossia i vivi.
Si tratta della rinascita della questione meridionale di cui non si parla ormai da un tempo infinito o del suo definitivo tramonto?
Proveniente da una città del sud, Siderno, molto vicina ai luoghi alvariani e come Alvaro trapiantato a Roma, Pedullà è uno dei protagonisti della fase epigonale della questione meridionale, quella rappresentata dal Gazzettino dello Ionio che proponeva e tentava nuove vie per la rinascita del Sud e la sua integrazione nel Nord.
Il Gazzettino dello Ionio rappresentava lo sforzo generoso che aveva contraddistinto i Dorso, i Salvemini. E tutte le generazioni meridionaliste che quando scoprirono cosa ne era stato del Sud, inorridirono ma non rimasero inerti.
Levi ha scritto che Cristo si è fermato ad Eboli e Jovine aveva contemplato Le terre del Sacramento ma tutti avevano pensato al Sud agricolo depredato, abbandonato a se stesso mentre avveniva l'industrializzazione del Nord. Tutto è accaduto, aveva scritto Alvaro ed Antonello, assetato di giustizia sociale nel finale epico di Gente d'Aspromonte incontra infine lo Stato nella persona dei carabinieri che sono venuti ad arrestarlo.
La scelta dello Stato italiano quando si scoprì che il Sud non era l'Eldorado promesso, fu quella di abbandonarlo al suo destino e le generazioni di meridionalisti pensarono che si trattava di migliorare l'agricoltura, di riformare i patti agrari, di dare la terra ai contadini abbattendo il latifondo.
Ed invece le terre furono abbandonate ed il Sud spogliato di tutto. Nè industrializzazione né agricoltura. Nulla.
Come processioni sconsacrate un popolo di formiche si trasferì in ondate di emigrazioni sulle navi transoceaniche con le valigie di cartone, nelle stive dei piroscafi fumanti. Gli scarponi chiodati del Canto degli emigranti di Franco Costabile ritmavano il suono di quelle processioni. Paesi abbandonati, miseria, estraneità. Un destino terribile. Un coro di voci, quelle degli scrittori rimasti che ne esprimevano, ne denunciavano il destino.
Pedullà le raccoglie e ne esalta il genio, l'innovazione, la capacità espressiva, di comunicazione, ne indica anche la mutazione della questione meridionale. Non si tratta più del solo Sud, ora l'orizzonte del Sud si è ampliato si è allargato ad infiniti Sud.
Le sofferenze mostrano l'estrema ingiustizia e la portata della disuguaglianza che rischia di cancellare ogni civiltà.
La crisi economica ha accentuato tale disuguaglianza nel senso che a pagare la crisi vengono chiamati sempre i sottoposti, i poveri, quelli di sotto. I Sud alzano il coro di proteste e estrema revanche si riversano nei paesi che la disuguaglianza hanno prodotto. Il mondo visto da sotto ci dice la verità sulla condizione attuale.
Ma è la Chiesa con Mons. Lanza a tentare la fine della diseguaglianza. La lettera del ‘48 sul Mezzogiorno costituisce un punto fondamentale e forse la spiegazione della sua morte misteriosa. Due anni dopo Mons. Lanza moriva in maniera misteriosa ed improvvisa dopo immense speranze. Il cuore della lettera è la commistione tra problema sociale e morale. Infatti Mons. Lanza proponeva in maniera assolutamente rivoluzionaria il problema come problema di giustizia. La politica senza morale era l'imperativo categorico della modernità che così veniva capovolto. Non solo, ma il lavoro andava spiritualizzato e il vescovo imponeva a fondamento della morale la collaborazione, la partecipazione all'impresa del bracciantato.
Temi rivoluzionari. Ed attualissimi oggi.
Categoria: Letteratura
Il giudice, sua madre e il basilisco. Una recensione di Riviera web dell’ultimo romanzo di Pantaleone Sergi
Per la giornata mondiale del libro 2022, qualche immagine degli scritti di Francesco della Valle, poeta aiellese del ‘600
Costantino Arlìa, purista della lingua e accademico della Crusca

Copano è una località di Aiello, conosciuta per le curve tortuose della strada provinciale che l’attraversa. Il 24 agosto del 1828, alle ore dodici, arriva in Comune la signora Grazia Casanova, di professione levatrice, di anni 60, e presenta al sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile, Geniale Maruca, un bambino appena nato. È stato ritrovato dalla signora Casanova qualche ora prima, alle 7 del mattino, “avanti la Pagliaia del suo fondo detto Copano ove domicilia”. Il neonato è stato abbandonato, così riporta l’atto di nascita, “dagli autori dei suoi giorni, in fasciato con alcuni panni di lino bianco, con fascia di Bambace bianca, ricci di cambri bianchi, al collo, legato con un cordone di lana nero, con una barca di seta, color paglino e fettuccia rossa ed altra bianca colla testa ignuda senza alcun segno, cifra, o lettera sul collo. Noi ufficiali dello Stato Civile – prosegue il documento – dopo aver visitato detto bambino l’abbiamo ritrovato essere maschio, della età apparente di tre giorni. La stessa ha inoltre dichiarato di dare al bambino nome di Costantino cognome Adriano”. Nello stesso documento, è annotato che il 16 gennaio 1836, 8 anni più tardi, don Bonaventura Arlìa, dottore fisico e cerusico di Amantea dichiarerà di riconoscere per proprio figlio il piccolo Costantino, nato il 23 di agosto del 1828. Inoltre, lo stesso 24 agosto, dopo la registrazione in comune, il trovatello riceverà il battesimo nella chiesa di Santa Maria Maggiore.
Costantino, dunque, adottato dalla levatrice, cresce ad Aiello. La sua formazione scolastica inizia però nel seminario di Tropea, nella cui Diocesi erano compresi all’epoca sia Aiello che Amantea. In seguito, dopo un periodo di studio da autodidatta, si trasferisce a Napoli, dove si laurea in Giurisprudenza. È il 1861 quando inizia la carriera in magistratura come Procuratore del Re presso il Tribunale di Ivrea. Da qui andrà a Torino come capo sezione al Ministero di Grazia e Giustizia; e poi a Roma. Nel 1890 si dimette per motivi di salute dall’incarico ministeriale di direttore della seconda divisione e subito dopo, nel febbraio 1891, si trasferisce a Firenze, assieme alla compagna Giuseppina Massaglia. Con quest’ultima si sposa nella città del Giglio, ormai avanti con gli anni, il 4 febbraio 1906. Nel capoluogo toscano, Costantino Arlìa passa a miglior vita nella sua casa di via S. Gallo 81, per una emorragia cerebrale, il 18 febbraio del 1915. «L’ultimo periodo della sua lunga vita (morì a 86 anni) – si legge nel necrologio pubblicato sul «Giornale storico della letteratura italiana» – venne funestato dalla cecità, ma egli sopportò con stoicismo la sua sventura, consolando le tenebre da cui era avvolto con le luci sempre vivide della memoria e dell’intelletto». Fu, il Nostro, secondo l’anonimo estensore, «editore e annotatore amoroso e sagace», sebbene non «un letterato di professione, ma ciò non tolse che egli amasse e studiasse le lettere nostre con vera e instancabile passione».
Costantino Arlìa che per tanti anni aveva svolto la professione di magistrato, è conosciuto però come filologo e italianista. Tra le sue pubblicazioni più note, il “Lessico dell’infima e corrotta italianità” che scrisse insieme a Pietro Fanfani. La competenza filologica e lessicografica acquisita, nonché le numerose pubblicazioni a tema, fecero dell’Arlìa un autorevole linguista, tanto da essere chiamato a far parte dell’Accademia della Crusca.
Per approfondimenti: Dizionario Biografico della Calabria contemporanea dell’ICSAIC (Voce Arlìa Costantino)
Dublino, il 2022 all’insegna dell’Ulisse di Joyce

Con i festeggiamenti per celebrare il centenario dell’Ulisse, capolavoro di James Joyce, quest’anno, la capitale irlandese sarà ancora di più il luogo perfetto per tutti gli amanti della letteratura o per chi desidera scoprirla partendo, perché no, da uno dei “suoi” libri più famosi. E parlando di libri, prima di passare in rassegna i moltissimi eventi joyciani, va ricordato che il 2022 sarà anche il 125° anniversario di “Dracula”, scritto da un altro scrittore Dubliner DOC quale Bram Stoker.
Grazie a un fitto calendario di eventi, l’omaggio al centesimo compleanno di una delle opere più iconiche in lingua inglese trasformerà Dublino in un gioioso salotto letterario diffuso.
A partire da oggi, 2 febbraio, giorno dell’anno in cui nel 1922 uscì ufficialmente il libro che mise Dublino per sempre in evidenza su tutte le mappe letterarie, il luogo di nascita del suo autore sarà l’epicentro di tutte le celebrazioni e la Città della Letteratura dell’UNESCO si animerà con un programma di letture, conferenze, commissioni artistiche, momenti legati al gusto, tour a piedi, mostre, musica, teatro e molto altro.
Un intero romanzo in un giorno solo… per un anno di eventi!
Gli eventi del MoLI: Museum of Literature Ireland – www.moli.ie
Nell’Ulisse, la storia si svolge a Dublino, giovedì 16 giugno 1904 e nel gioco di numeri legati al centenario, oltre al palindromo numerico 2.2.22, coincidenza vuole che il 16 giugno di quest’anno cada proprio di giovedì. Va ricordato inoltre, che Joyce era molto superstizioso riguardo al 2 febbraio, anche perché la prima pubblicazione del suo romanzo sperimentale coincise con il suo 40° compleanno. E le celebrazioni joyciane di Dublino toccheranno uno dei loro momenti più intensi proprio 16 giugno, giorno tradizionalmente noto come “Bloomsday”, in onore del personaggio centrale del romanzo, Leopold Bloom.
In primo piano tra le attrazioni letterarie che segnano il centenario, c’è il Museum of Literature Ireland (MoLI), situato in una delle più belle dimore storiche di Dublino. Chiamato MoLI in omaggio a Molly Bloom, l’eroina di Joyce nell’Ulisse, è il punto focale delle celebrazioni: detiene la preziosa prima copia ufficiale del romanzo e nel corso di tutto l’anno, infatti, ospiterà una serie di interessanti appuntamenti, coinvolgendo artisti, scrittori, accademici e artisti per celebrare l’Ulisse e la sua capacità di continuare a influenzare trasversalmente la creatività.
L’avvio ufficiale è proprio oggi con il lancio di “Love, Says Bloom”, una nuova esplorazione visiva del nucleo familiare e amorosi di Joyce attraverso film, immagini, narrazioni e canzoni contemporanee. L’installazione, disponibile al MoLI fino al 3 luglio, è stata curata dalla stimata scrittrice e poetessa irlandese Nuala O’Connor.
Le sorprese non finiscono qua e oggi il MoLI annuncerà anche la line-up completa di artisti coinvolti per “Ulysses 2.2”, collaborazione tra il museo, l’innovativa compagnia di teatro, arte visiva e danza ANU, e Landmark Productions, uno dei principali produttori teatrali irlandesi: “Ulysses 2.2” vedrà la creazione di 18 nuove opere d’arte ispirate ai 18 capitoli del romanzo e prevede la collaborazione di importanti artisti irlandesi di tutte le discipline, tra cui figurano la scrittrice Anne Enright, nata a Dublino, l’editorialista e scrittore Fintan O’Toole, Poetry Irelanda, nonché la Irish National Opera con Marina Carr ed Evangelia Rigaki.
Inaugurazione di Ulysses 2.2 Episode 1: avrà luogo il 15 febbraio e sarà caratterizzata da una nuova installazione teatrale che utilizza un software di eye-tracking che illumina come le persone leggono l’Ulisse. Altre date saranno confermate nel corso del progetto.
In collaborazione con il Governo irlandese, il MoLI ha anche lanciato “Ulysses100”, una nuova piattaforma digitale e una guida agli eventi irlandesi e internazionali relativi al centenario. Il sito funzionerà come un centro di raccolta virtuale per registrare queste e altre attività anche per lo studio e la ricerca futuri. https://ulysses100.ie
“Ulysses100” mette in evidenza importanti eventi internazionali del centenario, tra cui “Ulysses Journey 2022”: sei nuovi film e lavori musicali di compositori irlandesi, che sono ispirati da, riflettono su, e/o rispondono idealmente all’Ulisse. “Ulysses Journey 2022” (https://ulysses100.ie/posts/ulysses-journey-2022) inizia a Dublino e a Parigi il 2 febbraio e andrà avanti fino a tutto il mese di aprile, viaggiando verso a Belfast e poi di nuovo verso Dublino, prima di traslocare a Budapest per il Bloomsday 2022 e concludendosi a Parigi il 18 giugno 2022.
Last but non least, il 28° simposio Internazionale di James Joyce, che si terrà dal 12 al 18 giugno, grazie alla collaborazione tra il Trinity College Dublin e l’University College Dublin (https://ulysses100.ie/posts/xxviii-international-james-joyce-symposium).
Gli eventi del James Joyce Centre con i suoi tour anche gastronomici, il Bloomsday Festival e un… francobollo!
Il MoLI non sarà naturalmente l’unico punto in cui si festeggerà Joyce e i suoi fan sono doppiamente invitati a visitare la città perché dal 2 febbraio anche il dublinese James Joyce Centre darà il via alle celebrazioni per il centenario. Ospitato da una splendida dimora georgiana menzionata nel romanzo ha inevitabilmente molti legami con Joyce e le sue opere, tra cui la porta originale del numero 7 di Eccles Street, l’indirizzo di Leopold Bloom nell’Ulisse, che custodisce nelle sue sale. www.jamesjoyce.ie
Gli eventi chiave includeranno una mostra di dipinti di Aidan Hickey, che si rifarà ai 18 episodi di Ulisse. Inoltre, il centro, sempre a partire da febbraio, organizzerà una serie di tour a piedi, che, oltre a toccare molti luoghi presenti nel romanzo, includerà performance e momenti legati al gusto.
Gli appassionati di letteratura potranno anche prenotare l’annuale Bloomsday Festival, gestito dal James Joyce Centre. È un evento davvero interessante e ogni amante dei libri dovrebbe partecipare almeno una volta nella vita, per la sua natura di importante festa letteraria, che riunisce a Dublino migliaia di persone: guai a immaginarselo serioso; il divertimento è grande ed è fatto di letture, concerti musicali, pub crawls e altri eventi che rendono omaggio a un romanzo saldamente radicato nella cultura irlandese. www.bloomsdayfestival.ie
Quest’anno si svolgerà naturalmente durante il Bloomsday, il 16 giugno, e offrirà una miriade di occasioni e spunti per connettersi con Ulisse, attraverso musica, tour, teatro e conferenze in luoghi storici del romanzo.
Molti altri luoghi ed eventi segneranno il 100° anniversario della pubblicazione dell’Ulisse a Dublino, compresi la James Joyce Tower a Sandycove, nella baia di Dublino, e il pub di Davy Byrnes, immortalato nel romanzo.
E alla luce dell’importanza per Dublino, l’Irlanda e il mondo, dell’Ulisse, il servizio postale irlandese An Post ha creato due nuovi francobolli Ulysses100. Progettati dai designer irlandesi The Stone Twins, i francobolli sono intenzionalmente non ortodossi, sorprendenti e inaspettati, oltre che modernisti. Esattamente ciò che ci si aspetta da una lettura di Ulisse!
100 anni di Ulisse in Italia e nel mondo
Nel corso della Irish Week che avrà luogo a Milano nella settimana di San Patrizio (17 marzo), Turismo Irlandese organizzerà alcuni appuntamenti dedicati allo scrittore, coinvolgendo anglisti di fama mondiale e alcuni licei milanesi.
Immancabile Trieste, città in cui Joyce visse tra il 1904 e il 1915: si potranno seguire visite guidate in programma ogni sabato e in occasione del Bloomsday andranno in scena 4 giorni di appuntamenti interessanti e divertenti. Indirizzo da non mancare il Joyce Museum.
Parte di “Ulysses 100”, a Parigi il Centre Culturel Irlandais presenterà “A Nation Under the Influence: Ireland at 100”, annunciato come “un’onesta riflessione sulla maturazione di una nazione, sulla falsariga del candido ritratto di Dublino dipinto dall’Ulisse di Joyce” (https://ulysses100.ie/posts/a-nation-under-the-influence-ireland-at-100).
Sempre legato a “Ulysses 100”, negli Stati Uniti, gli eventi del centenario includeranno Women and the Making of Joyce’s Ulysses, che avrà luogo all’Harry Ransom Center di Austin, Texas. Curata da Clare Hutton della Loughborough University, la mostra, inaugurata il 29 gennaio, proseguirà fino al 17 luglio e racconterà la storia del ruolo formativo dei membri della famiglia di Joyce e, in particolare, di quattro donne che furono associate all’innovativa sperimentazione letteraria di quel periodo (https://ulysses100.ie/posts/women-and-the-making-of-joyce-s-ulysses).
Il poeta di Melicuccà, Lorenzo Calogero
di Carmelina Sicari
C’è un anniversario che non è stato mai celebrato e che tuttavia merita di essere riportato alla memoria. L’anniversario della nascita avvenuta nel 1910 a Melicuccà del grande poeta calabrese Lorenzo Calogero. Poeta lirico, del dolore e della morte, per lui si può ben parlare di leopardismo, dell’eredità tardiva e forse inconsapevole del grande di Recanati.Il valore salvifico della poesia, l’assillo del pensiero dominante, quello della morte appunto, possono dunque ben collocare Lorenzo Calogero sulla scia di Leopardi.
La morte sul cui virgineo seno Leopardi sognava di poggiare il capo, è per il poeta di Melicuccà “la non amante amata che m’ama ancora”. Ed egli concluderà con il suicidio l’aspirazione costante ad incontrarla.
L’ombra della morte è visibile in tutte le sue raccolte poetiche da Poco suono a Perpendicolarmente a vuoto a I quaderni di Villa Nuccia.
Ma c’è un altro elemento a legare i due ambiti poetici, la cosmicità, l’oltre il mondo materiale, la sete di infinito ed invisibile.
Il tema della morte è centrale specie ne I quaderni di Villa Nuccia:
“Lo sussurravano, lo bisbigliavano talvolta i morti
in una luce che li abbaglia.”
Qui l’accostamento della morte alla luce è davvero straordinario e così rapido da lasciare senza fiato.
Oppure: “Com’è dolce e lieve il cielo dei morti”.
Vicino al suo corpo il 25 marzo del ’61 viene trovato Inno alla morte, che è forse la sua ultima composizione.
Il pensiero della morte, esplorato per Leopardi da Emanuele Severino e da Antonio Prete, sembra aver contagiato il poeta di Melicuccà.
Pensiero della fragilità dell’essere, del suo essere per il nulla che determina in Leopardi la stupenda sinfonia de Il coro dei morti ed Il canto del gallo silvestre, dove il gallo annuncia il risveglio come una tappa della non vita.
Ci sarà un momento, dice Leopardi, in cui potrete non svegliarvi più.
Ma lo straordinario paradosso sta nella cosmicità, nella pienezza dell’essere che si dilata a tutte le vite che possiamo immaginare o cogliere nel creato, pur nella puntualità e nella condizione transitoria dell’esistenza.
L’infinito della finitudine. Come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in questo modo può riassumersi in Leopardi il sentimento così insolito ed estremo dell’infinito.
Calogero ne è l’interprete epigonale.
Le poesie a cui egli dedicò l’intera esistenza in una serie di raccolte: Poco suono, Parole del tempo, Ma questo…, Perpendicolarmente a vuoto, Come in dittici, I quaderni di Villa Nuccia, furono rifiutate nei diversi tentativi da lui fatti, da Carlo Betocchi che non ne pubblicò mai nessuna sulla rivista letteraria Frontespizio, e poi da Einaudi.
Solo Sinisgalli ne comprese il valore e propose la pubblicazione presso Lerici, uscita postuma.
La vicenda umana, grama e dura di Calogero ricorda molto l’esistenza storica di Leopardi nel natio borgo selvaggio.
L’eredità di Leopardi è più forte in lui che nei poeti ermetici. Mi riferisco soprattutto a Ungaretti e Montale. Essi contraggono nell’analogia l’idillio ma non hanno il senso del dolore e della morte come Calogero.
L’essere e il nulla titolava la sua lettura di Leopardi Emanuele Severino, di recente scomparso.
La sua ricerca dell’essere presuppone in Leopardi e ne è documento La ginestra, una nuova soggettività come afferma anche Toni Negri in un breve tratto dell’Anomalia selvaggia.
Questa soggettività è proprio quella della pienezza dell’essere, della sua dilatazione al creato, come accade anche in Calogero.
Rigoni sostiene proprio su questo punto la vicinanza di Leopardi a Nietzsche.
Dal mare rovinoso
poco suono giunge al mio orecchio assorto
ad ascoltare l’eterno
che come un angelo passa.
La definizione di misticismo usata da Antonio Prete per Leopardi potrebbe a ragione essere estesa a Calogero.
Secondo Prete, il silenzio di Pascal si ritrova nell’Infinito, ma Calogero non è da meno.
Come l’Infinito appare l’esperienza mistica del razionalista Leopardi, così lo è l’angelo del poeta di Melicuccà.
Un misticismo razionale che protrae nel Novecento la grande esperienza poetica del recanatese.
Parole di giornalismo in Costantino Arlìa
Qui di seguito, alcune parole del gergo giornalistico, quali “reportage“, “reporter“, “resocontista” e “canard“, l’odierna “fake news“, tratte dal dizionario de L’infima e corrotta italianità di Pietro Fanfani e Costantino Arlìa, linguista e accademico della Crusca, di origine calabrese.




Giulio di Malta presenta il suo ultimo libro di poesie
Aiellesi illustri. Oggi, 18 febbraio 2015, ricorre il centenario della morte di #CostantinoArlìa
Cento anni fa, il 18 febbraio 1915, a Firenze, all’età di 86 anni, moriva Costantino Arlìa, illustre filologo calabrese. Era stato magistrato e poi funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia. Ma aveva dedicato gran parte della sua vita allo studio della lingua italiana. Una passione forte ed una competenza filologica e lessicografica, che lo avevano portato a diventare accademico della Crusca.
Nato ad Aiello Calabro (Cs) nell’agosto 1828, si forma al seminario di Tropea. Dopo un periodo da autodidatta, prosegue gli studi a Napoli dove si laurea in giurisprudenza. Iniziata nel 1861 la carriera in magistratura come Procuratore del Re presso il Tribunale di Ivrea, passa come funzionario al Ministero di Grazia e Giustizia, prima a Torino, e poi a Roma. Dimessosi per motivi di salute dall’incarico ministeriale, si trasferisce agli inizi del 1891, a Firenze, dove trascorre la parte finale della vita, insieme alla moglie.
Di lui si parla nell’Enciclopedia Italiana Treccani e nel Dizionario Enciclopedico UTET, oltre che in “Gli Scrittori delle Calabrie”, e nella “Bibliografia e Biografia calabra”.
Per l’Arlìa, la purezza linguistica – come si evince dal Lessico dell’infima e corrotta italianità, scritto insieme a Pietro Fanfani (la prima edizione per i tipi di Paolo Carrara di Milano è del 1877, a cui ne seguiranno altre) – fu tra le sue più vive preoccupazioni. Tanto che, come riferisce la voce a lui dedicata nel Dizionario Biografico degli Italiani, il Carducci lo definirà “puntiglioso linguaiolo”.
Tra le altre pubblicazioni il “Dizionario bibliografico”, edito a Milano fra i manuali Hoepli nel 1892, una raccolta di locazioni e voci del linguaggio bibliografico; “Voci e maniere di lingua viva” (Milano, 1895); “Del linguaggio degli artigiani fiorentini” (ibid. 1876); “Filologia spicciola” (Firenze, 1889); “Passatempi filologici” (Milano, 1903), ecc.
Molti suoi manoscritti – oltre alla documentazione prodotta dallo studioso custodita all’Accademia della Crusca – sono conservati ancora presso l’Istituto Lombardo dell’Accademia di Scienze e Lettere, nonostante avesse ordinato, prima di morire, e divenuto oramai cieco, che fossero dati alle fiamme. Alla Biblioteca Marucelliana di Firenze, invece, si trovano un corposo carteggio ed altre lettere di Chiaro Chiari e di Pietro Fanfani, donate nel 1936 alla biblioteca dalla vedova.
La riconosciuta importanza degli studi di Arlìa, però non ha sortito, come invece avrebbe dovuto, l’interesse da parte delle istituzioni culturali, che non hanno inteso, per motivi che disconosciamo, fare una celebrazione del centenario, come avevamo suggerito sulla stampa, già anni fa e in diverse occasioni, ma senza successo.
Tuttavia, se è sfuggita questa ricorrenza del 18 febbraio, volendo, si può sempre pensare di organizzare, nei prossimi mesi, almeno un convegno, un incontro, una conferenza. Intanto, anche un po’ per provocazione, è in corso una commemorazione, virtuale, sui social network.
21 marzo, Giornata Mondiale della Poesia. Per celebrare l’appuntamento, qualche poesia di Francesco Della Valle, poeta Aiellese del Seicento





Il 21 marzo è la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente.
“La data, che segna anche il primo giorno di primavera – è scritto sul sito dell’Unesco -, riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace”.
Per celebrare l’appuntamento, in galleria foto, alcuni componimenti del poeta Francesco Della Valle (Aiello Calabro, 1590 circa – Roma ?, 1627).
Qui di seguito, un articolo che tratta del poeta calabrese.
***
Francesco Della Valle, poeta aiellese del ‘600
di Bruno Pino (Il Quotidiano, settembre 2002)
“DI DUO Franceschi abbia la Patria il vanto /tu la spada adoprando ed io le carte /tu col valor del braccio ed io col canto”. I versi che recita Antonio Piromalli, professore emerito di Letteratura Italiana all’Università di Cassino, tra i maggiori critici e storici della letteratura italiana attualmente in circolazione – in occasione della conferenza sul poeta secentesco tenutasi recentemente alla Casa delle Culture della cittadina aiellese – fanno chiarezza sul luogo di nascita del poeta Francesco Della Valle, vissuto tra la fine del 1500 e i primi decenni del 1600. Appartenenti ad un sonetto delle “Rime” che scrisse il poeta, opera forse mai letta in precedenza con la dovuta attenzione, i versi citati da Piromalli sono dedicati all’amico Francesco di Malta, esponente di spicco di una delle famiglie nobili aiellesi, assalito dai turchi in battaglia e salvatosi eroicamente. Se la patria del di Malta era – come era – lo Stato feudale di Aiello, è logico dedurre, che anche Della Valle fosse aiellese. Anche un altro sonetto, sempre delle “Rime” che sono dedicate ad una donna della propria città natale, si rivela chiarificatore. In esso l’autore affida il compito all’amico Muzio Stefanini, aiellese anche lui, di andare a trovare la sua musa in Aiello (Là dove sotto a poco amica stella/ io nacqui e vissi i dì poco sereni/ vanne pur, Muzio, e dica all’empia/ che mia penna ha cara/ che ancor l’adoro/ e alla patria ingrata/ che suo malgrado a nome mio sia chiara.).
Ciononostante, alcuni studiosi reputano Della Valle nativo invece di Cosenza e nipote di Sartorio Quattromani. Questa tesi, trova fondamento nella dicitura riportata sulla copertina di una delle edizioni delle “Rime” (Napoli, 1617), in cui il poeta si qualifica cosentino; e anche nel sonetto che l’autore dedica alla città di Cosenza dove dice: “Nobil città, ch’al chiaro Crati in sponda; …Come presso (sic!) il tuo Seggio ebbi la cuna”. Analizzati con attenzione, gli elementi che sostanziano la tesi della cosentinità, risultano in qualche maniera poco sostenibili. Lo Spiriti, nelle sue “Memorie degli scrittori cosentini”, ci dice, invece, chiaramente, che il Della Valle “… di cui si rinviene il nome avanti la traduzione del IV libro dell’Eneide del Quattromani” visse intorno al 1570, mentre il Nostro “pubblicò le sue poesie il 1618, e dice l’Eritreo, che morì molto giovine (probabilmente nel 1627); onde se questi dovesse riputarsi lo stesso, che il primo, avrebbe dovuto avere nel 1618 almeno li suoi settant’anni; e perciò nò potea dirsi che fosse morto assai giovine”. Parimenti, anche la menzione che il poeta fa di Cosenza nel sonetto dedicato alla Città Bruzia (presso il tuo Seggio ebbi la cuna), trova una plausibile spiegazione nel fatto che potrebbe essere stata dettata unicamente dalla gloria e dalla potenza culturale e politica che la città dei Bruzi ebbe in quell’epoca.
Per l’autorevole storico e critico della letteratura italiana Antonio Piromalli, che con una prosa semplice e gradevole ha tenuto alto e costante l’interesse del numeroso pubblico, non ci sono dubbi. Francesco Della Valle è poeta aiellese, come lo era per Benedetto Croce che nel 1910 lo inserisce nell’antologia dei Lirici marinisti.
Durante l’incontro culturale – curato dall’assessorato alla Cultura del comune, a cui hanno assicurato la partecipazione attiva la professoressa Donatella Laudadio, attivissimo assessore alla Cultura dell’Amministrazione provinciale; il primo cittadino Francesco Iacucci; e Antonio D’Elia, presidente del sodalizio letterario “F. Della Valle” di Cosenza inaugurato alla Casa delle Culture di Cosenza a settembre del 2002 -, il professore Piromalli, ha tracciati con chiarezza il quadro storico in cui il poeta ha vissuto ed un singolare profilo del poeta. Due importantissimi documenti notarili, del 1604 e 1609, reperiti da Antonio D’Elia, che descrivono la donazione da parte del notaio GiovanPaolo Della Valle, padre di Francesco, dello Ius Patronatus dell’altare di San Lorenzo presso la chiesa di San Giuliano in Aiello, al figlio chierico che poi vi rinuncerà, forse per andare a Roma, nel 1609, ci informano che Della Valle dovesse appartenere al mondo ecclesiastico. Forse un sacerdote, diacono o chierico, durante la sua permanenza nella Città Eterna, dove visse lontano “dalla patria ingrata” (in un sonetto delle “Rime” (1618), dedicato a Girolamo Brivo, confessa di essere già da 10 anni a Roma), poteva vantare amicizie tra i più importanti personaggi dell’epoca. Sono suoi amici, il Cavalier Marino, Antonio Bruni, l’Eritreo, con cui condivide le frequentazioni all’Accademia degli Umoristi; il principe Filippo Colonna; Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I; il Duca Ranuccio Farnese; Roberto degli Ubaldini che sarà il suo mecenate; e, Cinzio e Pietro Aldobrandini, che lo zio, quello che diverrà Papa Clemente VIII, fa poi cardinali. Altro amico del Della Valle è il cardinale Maffeo Barberini, che salito al soglio pontificio nel 1623, col nome di Urbano VIII, si ricorderà del poeta che qualche tempo prima gli aveva dedicato alcuni sonetti, accordandogli nel 1626 – secondo Padre Francesco Russo che lo riporta dal quinto volume dei Regesti Vaticani -, una pensione sul conto del clero di Cosenza, città che Della Valle, desideroso di ritornare all’Accademia dei Costanti, reputa città di cultura.
La conferenza, tuttavia, non ha posto l’attenzione solo sugli aspetti biografici, pure importanti, soprattutto per una comunità, come quella aiellese, che come patria del Della Valle, ne riceve lustro.
Piromalli ha parlato per più di un’ora della sue poesie, raccolte ne “Le Rime”, pubblicate in due edizioni (Napoli 1617; e Roma 1622); ne “Le lettere delle dame e degli eroi” (Venezia 1622 e 1627 e Ravenna 1630) e in altre sue liriche che si trovano nella “Raccolta di sonetti d’autori diversi et eccellenti dell’età nostra” (Ravenna 1623) e in una Antologia pubblicata a Roma nel 1627, in occasione del Funerale della signora Sitti Maani Gioerida.
Lo stile, i modelli che prendono ispirazione da Petrarca, la rilevanza artistica del poeta, peraltro testimoniata da diversi studiosi come l’Eritreo, D’Amato, Spiriti, Accattatis, Croce, Getto, Tuscano, Procaccioli, lo stesso Piromalli, Crupi ed altri, che ne hanno analizzato lo stile, l’espressione e l’originalità della sua poesia, rendono giustizia ad un poeta che merita di essere studiato. D’altronde, le diverse tesi di laurea sul poeta prodotte all’Università di Salerno e all’Unical, come quelle del giovane Alessandro Citro, che è stato il primo a studiarlo, seguito dal compianto professore Saro Contarino e poi dal professore Ordine (significativa la borsa di studio assegnatagli per la sua tesi dalla Città di Cosenza recentemente); come pure Mariangela Romano di Salerno, Annalisa Montesanti di Lametia e di Antonio D’Elia che ancora continua le ricerche su Della Valle, testimoniano l’interesse del mondo accademico per questo poeta certamente non minore.
Ora, le sue opere, non stampate più da circa 4 secoli, potrebbero essere ripubblicate dal comune di Aiello Calabro con gli auspicabili contributi che regione Calabria e Provincia di Cosenza vorranno mettere a disposizione. Una intenzione ed un impegno preciso, che sono emersi da questo importante approfondimento letterario.







