Il 21 marzo è la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente. “La data, che segna anche il primo giorno di primavera – è scritto sul sito dell’Unesco -, riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace”.
Per celebrare l’appuntamento, in galleria foto, alcuni componimenti del poeta Francesco Della Valle (Aiello Calabro, 1590 circa – Roma ?, 1627). Qui di seguito, un articolo che tratta del poeta calabrese.
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Francesco Della Valle, poeta aiellese del ‘600 di Bruno Pino (Il Quotidiano, settembre 2002)
“DI DUO Franceschi abbia la Patria il vanto /tu la spada adoprando ed io le carte /tu col valor del braccio ed io col canto”. I versi che recita Antonio Piromalli, professore emerito di Letteratura Italiana all’Università di Cassino, tra i maggiori critici e storici della letteratura italiana attualmente in circolazione – in occasione della conferenza sul poeta secentesco tenutasi recentemente alla Casa delle Culture della cittadina aiellese – fanno chiarezza sul luogo di nascita del poeta Francesco Della Valle, vissuto tra la fine del 1500 e i primi decenni del 1600. Appartenenti ad un sonetto delle “Rime” che scrisse il poeta, opera forse mai letta in precedenza con la dovuta attenzione, i versi citati da Piromalli sono dedicati all’amico Francesco di Malta, esponente di spicco di una delle famiglie nobili aiellesi, assalito dai turchi in battaglia e salvatosi eroicamente. Se la patria del di Malta era – come era – lo Stato feudale di Aiello, è logico dedurre, che anche Della Valle fosse aiellese. Anche un altro sonetto, sempre delle “Rime” che sono dedicate ad una donna della propria città natale, si rivela chiarificatore. In esso l’autore affida il compito all’amico Muzio Stefanini, aiellese anche lui, di andare a trovare la sua musa in Aiello (Là dove sotto a poco amica stella/ io nacqui e vissi i dì poco sereni/ vanne pur, Muzio, e dica all’empia/ che mia penna ha cara/ che ancor l’adoro/ e alla patria ingrata/ che suo malgrado a nome mio sia chiara.). Ciononostante, alcuni studiosi reputano Della Valle nativo invece di Cosenza e nipote di Sartorio Quattromani. Questa tesi, trova fondamento nella dicitura riportata sulla copertina di una delle edizioni delle “Rime” (Napoli, 1617), in cui il poeta si qualifica cosentino; e anche nel sonetto che l’autore dedica alla città di Cosenza dove dice: “Nobil città, ch’al chiaro Crati in sponda; …Come presso (sic!) il tuo Seggio ebbi la cuna”. Analizzati con attenzione, gli elementi che sostanziano la tesi della cosentinità, risultano in qualche maniera poco sostenibili. Lo Spiriti, nelle sue “Memorie degli scrittori cosentini”, ci dice, invece, chiaramente, che il Della Valle “… di cui si rinviene il nome avanti la traduzione del IV libro dell’Eneide del Quattromani” visse intorno al 1570, mentre il Nostro “pubblicò le sue poesie il 1618, e dice l’Eritreo, che morì molto giovine (probabilmente nel 1627); onde se questi dovesse riputarsi lo stesso, che il primo, avrebbe dovuto avere nel 1618 almeno li suoi settant’anni; e perciò nò potea dirsi che fosse morto assai giovine”. Parimenti, anche la menzione che il poeta fa di Cosenza nel sonetto dedicato alla Città Bruzia (presso il tuo Seggio ebbi la cuna), trova una plausibile spiegazione nel fatto che potrebbe essere stata dettata unicamente dalla gloria e dalla potenza culturale e politica che la città dei Bruzi ebbe in quell’epoca. Per l’autorevole storico e critico della letteratura italiana Antonio Piromalli, che con una prosa semplice e gradevole ha tenuto alto e costante l’interesse del numeroso pubblico, non ci sono dubbi. Francesco Della Valle è poeta aiellese, come lo era per Benedetto Croce che nel 1910 lo inserisce nell’antologia dei Lirici marinisti. Durante l’incontro culturale – curato dall’assessorato alla Cultura del comune, a cui hanno assicurato la partecipazione attiva la professoressa Donatella Laudadio, attivissimo assessore alla Cultura dell’Amministrazione provinciale; il primo cittadino Francesco Iacucci; e Antonio D’Elia, presidente del sodalizio letterario “F. Della Valle” di Cosenza inaugurato alla Casa delle Culture di Cosenza a settembre del 2002 -, il professore Piromalli, ha tracciati con chiarezza il quadro storico in cui il poeta ha vissuto ed un singolare profilo del poeta. Due importantissimi documenti notarili, del 1604 e 1609, reperiti da Antonio D’Elia, che descrivono la donazione da parte del notaio GiovanPaolo Della Valle, padre di Francesco, dello Ius Patronatus dell’altare di San Lorenzo presso la chiesa di San Giuliano in Aiello, al figlio chierico che poi vi rinuncerà, forse per andare a Roma, nel 1609, ci informano che Della Valle dovesse appartenere al mondo ecclesiastico. Forse un sacerdote, diacono o chierico, durante la sua permanenza nella Città Eterna, dove visse lontano “dalla patria ingrata” (in un sonetto delle “Rime” (1618), dedicato a Girolamo Brivo, confessa di essere già da 10 anni a Roma), poteva vantare amicizie tra i più importanti personaggi dell’epoca. Sono suoi amici, il Cavalier Marino, Antonio Bruni, l’Eritreo, con cui condivide le frequentazioni all’Accademia degli Umoristi; il principe Filippo Colonna; Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I; il Duca Ranuccio Farnese; Roberto degli Ubaldini che sarà il suo mecenate; e, Cinzio e Pietro Aldobrandini, che lo zio, quello che diverrà Papa Clemente VIII, fa poi cardinali. Altro amico del Della Valle è il cardinale Maffeo Barberini, che salito al soglio pontificio nel 1623, col nome di Urbano VIII, si ricorderà del poeta che qualche tempo prima gli aveva dedicato alcuni sonetti, accordandogli nel 1626 – secondo Padre Francesco Russo che lo riporta dal quinto volume dei Regesti Vaticani -, una pensione sul conto del clero di Cosenza, città che Della Valle, desideroso di ritornare all’Accademia dei Costanti, reputa città di cultura. La conferenza, tuttavia, non ha posto l’attenzione solo sugli aspetti biografici, pure importanti, soprattutto per una comunità, come quella aiellese, che come patria del Della Valle, ne riceve lustro. Piromalli ha parlato per più di un’ora della sue poesie, raccolte ne “Le Rime”, pubblicate in due edizioni (Napoli 1617; e Roma 1622); ne “Le lettere delle dame e degli eroi” (Venezia 1622 e 1627 e Ravenna 1630) e in altre sue liriche che si trovano nella “Raccolta di sonetti d’autori diversi et eccellenti dell’età nostra” (Ravenna 1623) e in una Antologia pubblicata a Roma nel 1627, in occasione del Funerale della signora Sitti Maani Gioerida. Lo stile, i modelli che prendono ispirazione da Petrarca, la rilevanza artistica del poeta, peraltro testimoniata da diversi studiosi come l’Eritreo, D’Amato, Spiriti, Accattatis, Croce, Getto, Tuscano, Procaccioli, lo stesso Piromalli, Crupi ed altri, che ne hanno analizzato lo stile, l’espressione e l’originalità della sua poesia, rendono giustizia ad un poeta che merita di essere studiato. D’altronde, le diverse tesi di laurea sul poeta prodotte all’Università di Salerno e all’Unical, come quelle del giovane Alessandro Citro, che è stato il primo a studiarlo, seguito dal compianto professore Saro Contarino e poi dal professore Ordine (significativa la borsa di studio assegnatagli per la sua tesi dalla Città di Cosenza recentemente); come pure Mariangela Romano di Salerno, Annalisa Montesanti di Lametia e di Antonio D’Elia che ancora continua le ricerche su Della Valle, testimoniano l’interesse del mondo accademico per questo poeta certamente non minore. Ora, le sue opere, non stampate più da circa 4 secoli, potrebbero essere ripubblicate dal comune di Aiello Calabro con gli auspicabili contributi che regione Calabria e Provincia di Cosenza vorranno mettere a disposizione. Una intenzione ed un impegno preciso, che sono emersi da questo importante approfondimento letterario.
Tratto da Il Quotidiano della Calabria dell'11.03.2003 (bp)
AMANTEA - La storia di Nicodemo e Vicenza è di quelle intrise di romanticismo, di passione e di amore.
Lui, al secolo Domenico Napoli, classe 1887, originario del reggino (Cinquefrondi), confinato dopo la seconda guerra nella cittadina tirrenica. Lei, Vicenza Furgiuele, del 1890, una ragazza del posto che si innamora e decide di vivere la sua vita accanto a quest’uomo e al suo organetto. Da che si conoscono diventano inseparabili. Nicodemo e Vicenza, Vicenza e Nicodemo. “Nicodemo avanti, Vicenza arrieti”.
L’amore li unisce. Girovagano insieme suonando e cantando. Sempre pronto, Nicodemo, a fare “u galluzzu”, ovvero a mimare il canto del gallo con “il suo consunto organetto”. E questo, per loro, rappresenta una fonte di sostentamento. “Non chiedeva mai niente, ma tutti avevano per lui un soldino o un pezzo di pane o un piatto di minestra riscaldato che consumava seduto sullo scalino della porta”. E’ scritto così di Nicodemo sul sito “Amanteani nel Mondo”.
La storia d’amore, un giorno, si conclude a Serra d’Aiello, presso il primo nucleo di quella struttura a carattere familiare creata da Don Giulio Sesti Osseo che sarebbe diventata poi l’Istituto Papa Giovanni XXIII. Entrambi si spengono nel 1968, a distanza di pochi mesi l’una dall’altro. Vicenza a maggio, Nicodemo ad ottobre.
La vicenda umana dei due innamorati venne riscoperta dall'artista amanteano Rosario Furgiuele che per il Carnevale 2003 allestì un carro a tema. “Un omaggio molto poetico a due personaggi d’altri tempi”, un omaggio al musicista di strada, al suo organetto e alla sua compagna Vicenza, un omaggio ad una coppia che è rimasta “nei ricordi e nel cuore di molti amanteani che hanno qualche anno in più sulle spalle”.
Quell'anno, la storia d’amore ebbe grande successo. Portò tra le vie gonfie di gente una ventata di allegria, di musica popolare, rappresentando, forse non capito, un momento di riscoperta della nostra storia, di riscoperta delle piccole storie anche umili di tutti i giorni, di riscoperta di una coppia che si è voluta bene e che era molta amata da tutti, specialmente dai bambini. Ancora, ne siamo certi, Nicodemo e Vicenza, torneranno a girovagare tra le vie di Amantea per regalare un sorriso ai bambini ed a chi ha il cuore di bambino.
AIELLO CALABRO – Il 15 agosto di venti anni fa, era il 1990, moriva don Rosario Brunetti. Proprio nel giorno di Ferragosto, dedicato alla Madonna alla quale era tanto devoto, a Santa Maria Assunta, alla quale è intitolata la chiesa di Cleto-Savuto, dove il «puro di cuore» – come lo chiamava Monsignor Trabalzini – era parroco dal 1971. Don Rosario, classe 1936, era un uomo umile, dedito ai più poveri e agli afflitti che, nonostante le difficoltà della sua salute, ha lasciato una fortissima testimonianza di fede e di umanità per le comunità di tutto il Comprensorio che ancora oggi lo ricordano per l’impegno di Fede, umano e civile, per l’esempio di rettitudine, amore e altruismo. Una vita, la sua, votata a Cristo, da quando il 5 luglio del 1964, era stato ordinato sacerdote ad Aiello Calabro, suo paese natale. «Don Rosario – riportiamo le parole di don Gabriele Bilotti pronunciate in occasione dell’Omelia funebre del 16 agosto del ’90 – nella sua vita sacerdotale ha sempre avuto davanti tre punti di riferimento precisi (…): la Preghiera, l’Eucarestia, la Carità». Quella Carità che egli molto praticava tra i suoi parrocchiani. Don Rosario, il prete povero con «la sua tunica svolazzante sotto la forza di passi concitati e le braccia aperte ad accompagnare schietti e gioiosi clamori di saluto rivolti a chiunque con lui s’imbatteva». Che amava e donava agli altri. Che non diceva mai di no. Per questo anniversario sarà celebrata una S. Messa a Cleto nel pomeriggio del 15, alle 18.30. Ad Aiello, invece, come ci ha informato la famiglia del sacerdote, ci sarà una commemorazione nel mese di settembre, alla quale dovrebbe partecipare anche il vescovo di Cosenza, Monsignor Salvatore Nunnari. (Bruno Pino)
“L’arte si è sempre interessata poco del lavoro, della dura fatica quotidiana di quei miliardi di uomini che col sudore hanno contribuito a costruire la storia del mondo, senza che la storia si sia mai ricordata di loro”. “Protagonisti dell’Arte e della Storia i lavoratori non lo sono neanche oggi, ma la loro apparizione nell’Olimpo delle Muse non è più impedita dal pregiudizio di classe, sicché l’intuizione artistica può illuminare anche il volgo senza nome”. L’artista Francesco Magli, di questa “illuminazione”, appena riportata da un testo critico di Alfonso Lorelli, si è sempre fatto artefice nella lunga militanza artistica. Magli ha “illuminato” la sua arte di gente comune, di gente umile, di lavoratori. Il suo “zampognaro” come il “pignataro” ne sono una viva testimonianza. La foto che correda questo post – e che vogliamo riproporre ai navilettori per celebrare la giornata del Primo Maggio – si riferisce ad una opera in terracotta dell’artista Francesco Magli ubicata a San Pietro in Amantea (Cs). E’ dedicata ad un umile lavoratore. Il lavoratore omaggiato è Michele Veltri “u nanariellu”, “un lavoratore della terra morto tanti anni fa e sconosciuto al di fuori della piccola comunità locale”. Michele Veltri – come leggiamo ancora da Lorelli – “è stato un uomo di giornata, un bracciante agricolo che ha passato la sua intera esistenza insieme ad una zappa e ad una groccia, godendo soltanto di un mursiellu quotidiano e di un bicchiere di vino rosso” che per Magli rappresenta “il simbolo vivente di coloro che, pur naturalmente svantaggiati, lavorano in silenzio, con grande dignità ed umiltà…”.
AIELLO CALABRO Cs – Anziani e Internet. Se ne è parlato ieri, nella trasmissione televisiva “Formato famiglia” in onda su Sat 2000, la televisione dei Cattolici Italiani. Tra i protagonisti della puntata condotta in studio da Antonio Soviero e Arianna Ciampoli, in onda dalle 12 alle 13, c’era in collegamento esterno da Aiello Calabro (Cs), Domenico Medaglia, o Zio Mimì, come preferisce farsi chiamare.
Medaglia, maestro elementare per tantissimi anni, classe 1916, ha raccontato all’inviato Emilio Ravel (giornalista, autore televisivo italiano, uno dei pionieri della televisione in Italia) di come ha iniziato a smanettare col computer. Zio Mimì, quando aveva 84 anni – ora ne ha appena compiuti 93 – ha deciso che avrebbe dovuto imparare a usare il computer e a collegarsi alla Rete per comunicare con figli, parenti ed amici. Detto fatto. All’inizio un po’ di difficoltà, ma poi pian piano, con qualche aiutino, è riuscito a imparare senza troppe complicazioni. Così, ora, oltre ad usare il Pc per scrivere poesie, zio Mimì lo usa anche per stare in contatto con il mondo. Da qualche settimana, è addirittura iscritto a Facebook, il famoso social network. Come dire che – soprattutto per i suoi coetanei – non è mai troppo tardi per avvicinarsi ad uno strumento così importante.
Tre i collegamenti in esterna, nel corso della puntata, duranti i quali zio Mimì ha risposto alle curiosità di Ravel che, inoltre, ha intervistato in diretta pure i redattori del sito web dedicato agli Aiellesi nel Mondo, uno spazio virtuale che agevola gli emigrati del piccolo paesino calabrese a ritrovarsi e a non perdere contatto con le proprie radici culturali.
AIELLO CALABRO Cs – Collegamento in diretta Tv da Aiello Calabro (Cs), con Domenico Medaglia, o Zio Mimì, come preferisce farsi chiamare. Nel corso della trasmissione “Formato famiglia”, condotta in studio da Antonio Soviero, in onda venerdì 11 dicembre (dalle 12 alle 13) su SAT 2000 (piattaforma Sky canale 801), si parlerà di anziani e di Internet. Ma perché proprio un collegamento da Aiello Calabro e con zio Mimì? La risposta è semplice. Il professore Medaglia (ha insegnato come maestro elementare per tantissimi anni), classe 1916, quando aveva 84 anni – ora ne ha appena compiuti 93 – ha deciso che avrebbe dovuto imparare a usare il computer e a collegarsi alla Rete per comunicare con figli, parenti ed amici. Detto fatto. All’inizio un po’ di difficoltà, ma poi pian piano, con qualche aiutino, è riuscito a smanettare senza troppe complicazioni. Così, ora, oltre ad usare il Pc per scrivere poesie, zio Mimì lo usa anche per stare in contatto con il mondo. Da qualche settimana, è addirittura iscritto a Facebook, il famoso social network.
Venerdì mattina, nella puntata di “Formato famiglia” ci saranno un paio di collegamenti di pochi minuti da casa Medaglia. Zio Mimì risponderà alle domande dell’inviato Emilio Ravel e magari darà qualche suggerimento ai suoi coetanei – non è mai troppo tardi – per imparare a padroneggiare uno strumento così importante.
Per la cronaca, è la seconda volta che Aiello Calabro è protagonista sul canale SAT 2000, l’emittente dei Cattolici italiani. Come si ricorderà, già lo scorso anno, in novembre, il programma “Formato famiglia” si occupò dell’emigrazione aiellese. Durante il talk show era stata ospitata una minifiction (GUARDALA SU YOUTUBE) sul tema ambientata nella nostra cittadina, i cui protagonisti sono stati: Pasquale Lepore e Simona Falsetti, Pasquale Iacoe, Geniale Lepore e Benedetto Aloisio.
La volta scorsa, come pure per questa nuova puntata, con SAT 2000 (a cui vanno i ringraziamenti della Comunità di Aiello Calabro) ha collaborato la Redazione degli “Aiellesi nel Mondo” (http://aiellesinelmondo.blogspot.com).
Qualche curiosità su Formato famiglia
Ideato e curato da Brando Giordani, scritto e condotto da Antonio Soviero e Arianna Ciampoli, “Formato Famiglia” è il talk show di TV 2000 interamente dedicato alla famiglia vissuta come realtà positiva, luogo di scambio di esperienze, gioie, conquiste, ma anche porto sicuro nei momenti di difficoltà.
“Formato Famiglia” va in onda in diretta dal lunedì al venerdì, alle 11.45, con la regia di Maurizio Ventriglia.
Con uno stile agile e un ritmo dinamico, senza rinunciare ad un pizzico di ironia, in ogni puntata Antonio Soviero e Arianna Ciampoli ospitano una famiglia protagonista di una storia, spunto e occasione per dibattere su un argomento di stretta attualità. Ospiti in studio e collegamenti in esterna, curati dal nostro inviato Emilio Ravel, aiutano ad approfondire il tema del giorno da prospettive diverse.
L’anteprima di Formato Famiglia, dalle 11.45 alle 12.00, darà l’opportunità di ritornare sul tema del giorno precedente per rispondere ai quesiti posti dai telespettatori.
Fonte Il Quotidiano della Calabria del 21 febbraio ’09, pag. 43 (di Bruno Pino)
Tatiana Lepore
PER CHI ha figli piccoli – dall’altra parte dello schermo, qui nella “Città Laggiù” – è un appuntamento da non perdere. La Melevisione, ogni pomeriggio all’interno di Trebisonda, da lunedì a venerdì su RAI 3, con le sue storie e le fiabe incanta grandi e piccini. Quindici “pignuti” circa di levità spensierata, immersi nell’atmosfera magica del Fantabosco in compagnia di fate, principi e principesse, streghe, gnomi e folletti che parlano un po’ strano e che bevono “scivolizia”. Un mondo fatto di fiabe, e di personaggi che vanno e che arrivano.
La fortunata trasmissione ha appena compiuto il suo decimo compleanno. Era nata infatti nel gennaio 1999 negli studi di «quel labirintico sotterraneo della Rai di Torino». Nella sede Rai piemontese, dove si recava ogni mattina, per il “trucco ed il parrucco”, cominciò la sua avventura Tatiana Lepore.
Chi è Tatianaaaa? Direbbe col suo tormentone Gabriele Cirilli. Beh, Tatiana era Strega Rosarospa, la “cattiva” del gruppo, ora sostituita da Strega Varana. All’attrice – che qualche tempo fa per una breve parentesi era diventata calabrese d’adozione (per la precisione di Aiello Calabro, Cs) per una svista di Wikipedia, e che in realtà è una piemontese di origini pugliesi – abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza nella trasmissione più amata dai bambini che li intrattiene e li educa in maniera intelligente. Tatiana è una brava attrice con la passione per cinema, teatro e tv. Diverse le sue partecipazioni a fiction e film come l’ultimo Caos Calmo (2008) con Moretti, in cui interpreta la mamma di Matteo. Nel ’99, come già detto, approda alla Melevisione (regia di Pierluigi Pantini) accanto ai primi personaggi di Tonio Cartonio, Orco Bruno, Fata Gaia e gli gnomi.
«Era il 1999: esattamente dieci anni fa; e la Rai – ci racconta l’attrice – aveva investito molto su quel nuovo programma».
Cosa ricordi di quell’esperienza?
«La prima volta che recitai davanti a tre telecamere contemporaneamente puntate su di me. Ricordo la prima troupe televisiva così numerosa, tanta gente tutta coordinata, ognuno con il suo ruolo specifico, tutti convergenti verso l’unico grande risultato finale: la messa in onda. Una puntata ogni tre giorni si girava, allora. Alla fine dell’anno ne giravamo già tre al giorno… Chissà oggi a quante sono arrivati?»
Tu eri la cattiva del Fantabosco, la strega Rosarospa…
«Sì. E mi piaceva molto cercare una complicità col ‘bambino immaginario’ sulla base di qualche marachella o scherzetto ai danni del primo abitante del Fantabosco che passasse dalle mie parti».
Quale è secondo te il segreto del successo della Melevisone che dura ancora oggi?
«Una semplice ma efficacissima formula non troppo magica che però funziona sempre. E funzionerà ancora: come per quelli ormai cresciuti che ancora incontro ogni tanto in qualche negozio dove mi additano con un “ma quella è Rosarospaaa!!”».
Tra le novità del programma, in occasione del decennale, a partire dal 9 mascheraio (febbraio), sono iniziate le nuove avventure di Milo Cotogno, Lupo Lucio, Fata Lina, Strega Varana, Orco Manno, Principessa Odessa e company. A reggere le sorti del Fantabosco non c’è più Re Quercia, ufficialmente in missione ‘salvafiabe’, ma Principessa Odessa che, con i nuovi compiti e le nuove responsabilità, diventerà più saggia. E ci sono, come sempre, Milo e Fata Lina. E nuove canzoni, nuove scoperte che accompagneranno la crescita di piccoli e meno piccoli.
Quella domenica del 18 aprile 1948 le Sinistre che avevano combattuto contro il nazifascismo e costruito l’Italia libera persero in malo modo, proprio come in questa tornata elettorale del 13 e 14 aprile scorsi. Quali che siano le cause della sconfitta di oggi, quelle del 18 aprile 1948 erano davvero da imputare alla paura della Russia. Fu una campagna elettorale durissima, combattuta in città ed in ogni piccolissimo paesino. La propaganda della DC contro il Fronte Popolare Democratico, composto da comunisti e socialisti, sotto il simbolo di Garibaldi, fu improntata sullo scontro tra libertà e capitalismo da una parte (la DC) e totalitarismo-statalismo comunista dall’altra. E tanto fece la chiesa, apertamente a favore della Democrazia cristiana. Fu una vittoria schiacciante. La Dc alla Camera ottenne il 48,5% dei voti; mentre il Blocco del Popolo solo il 31%. Detto in cifre, quasi 13 milioni di voti, contro i poco più di otto dei socialcomunisti. Qui di seguito, proponiamo ai nostri navilettori una intervista di Liberazione del 12 aprile 1998 ad Armando Cossutta.
Le elezioni politiche del 18 aprile 1948, con la propaganda anticomunista realizzata secondo le tecniche ossessive di una vera e propria guerra psicologica, e con la Dc che conquista la maggioranza assoluta (più del 48 per cento con quasi 13 milioni di voti) mentre le sinistre (Pci e Psi uniti nel Fronte democratico popolare) si fermano al 31 per cento con poco più di 8 milioni di voti.Allora, compagno Cossutta, cosa è stato quel 18 aprile dal quale ci separano cinquant'anni?Le elezioni del 18 aprile non sono l'unico evento dell'anno 1948; anche se esso è più vicino alla nostra memoria storica, la sua portata fu tale da consentirci, oggi, di collocarlo tra gli accadimenti internazionali dei quali il 1948 è carico. Basterà ricordare per lo scacchiere europeo, o quello contiguo, la crisi in Cecoslovacchia, la rottura Urss-Jugoslavia, la divisione in due della Germania, la nascita di Israele. Quel risultato elettorale determinò l'origine, nel nostro paese, della Costituzione "materiale" ad appena tre mesi dalla approvazione della Carta costituzionale (la "Costituzione formale" che, per tanti aspetti di riforma democratica presupposti dal suo diritto, fu messa in frigorifero dai governi democristiani).L'altro, e connesso, aspetto della Costituzione materiale fu la sensibile riduzione della nostra sovranità nazionale, perché l'Italia fu di fatto "occupata" dagli Usa. Non ci fu una invasione militare (anche se, come risulta da recenti acquisizioni storiografiche, una simile ipotesi fu studiata al Pentagono per l'eventualità di una vittoria del Fronte popolare). Ma già da allora e quindi successivamente furono adottate, con il pretesto della "diga anticomunista" decisioni destinate a pesare per lungo periodo nella nostra situazione politica. Pensiamo alle origini di "Gladio" e agli accordi segreti per la concessione di basi militari agli Usa. Tutto poté avvenire perché si assunse come fonte di legittimazione non la garanzia del quadro costituzionale ma l'identificazione politica tra la leadership degli Stati Uniti e la difesa del "mondo libero" per usare una espressione di quei tempi.Il 1948, quindi, come anno di periodizzazione?Senz'altro, ma a condizione di tenere presente un punto-chiave; e cioè che l'origine di tutti gli eventi mondiali del 1948 deve essere ricercata nell'anno precedente. L'anno di cerniera è il 1947. È in quell'anno che avviene la rottura con la precedente fase, quella dell'intesa tra le grandi potenze antifasciste nella guerra contro Hitler e Mussolini. Risale infatti al '47 la elaborazione della dottrina americana dei popoli liberi, la cosiddetta dottrina Truman, che rivendicando una specifica funzione antisovietica pone fine alla collaborazione tra le nazioni alleate e vincitori contro il nazifascismo.Ma su quell'intesa c'è un'antica e superficiale querelle per cuiRoosevelt, debilitato dalla malattia, non avrebbe avuto la capacità per resistere alle richieste di Stalin. Riprendo questo argomento perché adesso la storiografia revisionista lo fa suo conferendogli una finta nobiltà: quella di un Roosevelt che, in quanto democratico, crede alla parola e alle promesse di Stalin di organizzare libere elezioni nei paesi dell'Europa orientale...L'intesa aveva attraversato momenti di tensione e di precarietà già durante il corso della guerra. Pensiamo alla contestazione sovietica sul ritardo, da parte degli angloamericani, nell'apertura del secondo fronte... Chi ripropone ancora oggi le tesi cui tu ti riferisci finge di dimenticare che non c'erano soltanto Roosevelt e Stalin. Come notò uno storico del valore di Ernesto Ragionieri sia a Teheran che a Yalta i "Tre Grandi" fecero ripetuti riferimenti alla volontà dei popoli che aspiravano ad una nuova organizzazione dei rapporti internazionali. Questo era all'origine lo spirito di Yalta. Questo doveva essere il fondamento dell'Onu. Ma il discorso pronunciato da Churchill a Fulton, nel marzo 1946, alla presenza di Truman, fu il proclama della rottura dell'unità antifascista. Con una efficace, sebbene dolorosissima, configurazione plastica il leader britannico parlò di un "sipario di ferro" che da quel momento avrebbe diviso l'Europa da Stettino a Trieste.Visto con il senno del poi il carattere irreversibile di quella rottura, anche per il suo fondamento sul possesso americano della bomba atomica, doveva essere chiaramente avvertito. Come mai non lo fu, come mai non fu capito sino in fondo dalla sinistra italiana?I principali esponenti della sinistra italiana, compresi i dirigenti del Pci, non credettero, o non vollero rassegnarsi a credere, al carattere definitivo di quella rottura. Quando nel 1947, subito dopo il viaggio di De Gasperi a Washington, comunisti e socialisti furono cacciati dal governo di cui facevano parte dal 1944 (i socialisti non continuativamente), nel paese non vi fu alcuna reazione. Eppure l'estromissione delle sinistre era avvenuta in forma immotivata e questo doveva far riflettere. Invece non vi fu alcuna manifestazione, né grande né modesta, né spontanea né organizzata, nemmeno nelle aree, nelle città (pensiamo a Sesto S. Giovanni dove io ero allora segretario di un Pci con 18 mila iscritti) a prevalente presenza della sinistra. Ho riflettuto molto su questa situazione, vera e propria anomalia, dal momento che la sinistra aveva allora una forte capacità di mobilitazione.Alla domanda sul perché non si reagì contro quella cacciata che avrebbe dato avvio alla discriminazione anticomunista per un periodo pluridecennale, mi sento di rispondere che fu Togliatti a non volerlo. .....a proposito, alcuni storici hanno sostenuto che la debolezza della strategia comunista di allora nasceva dalla convinzione di Togliatti che la Dc rappresentasse una forza potenzialmente progressiva nella società italiana.Così dicendo si fa torto a Togliatti perché si diminuisce il grande contributo che egli, con il Pci, ha dato alla costruzione della democrazia nel nostro paese. Certo, Togliatti volle evitare una pericolosa spaccatura con la Dc nel corso del lavoro unitario della Costituente poi concluso il 1° gennaio 1948 con la promulgazione dello storico testo costituzionale che recava le tre firme espressive, esse stesse, dell'intera epoca: quelle del liberale De Nicola, Capo dello Stato, del cattolico De Gasperi, Capo del governo; del comunista Terracini, Presidente dell'Assemblea Costituente. Detto questo si può aggiungere che forse Togliatti non volle anche perché riteneva che la divisione si sarebbe ricomposta e che a scadenza ravvicinata tre partiti di massa (come allora si diceva di democristiani, comunisti e socialisti) sarebbero tornati a governare insieme. E forse questa era su scala mondiale anche l'opinione di Stalin che dimostrava di non voler accettare come definitiva la nuova situazione e di ritenere ancora possibile la ripresa della collaborazione fra gli Stati vincitori della guerra. Ed invece era incominciata la nuova guerra, la cosiddetta guerra fredda e fredda per modo di dire perché fu, in verità, densa di conflitti aspri, anche militari, di acuti contrasti economici, di furibonde liti diplomatiche. Non sarebbe scoppiata un'altra guerra mondiale ma ad essa ci si avvicinò più volte. La divisione del mondo in blocchi contrapposti nasce allora: ma non ve ne fu consapevolezza. Fu un errore grave, credo, di sottovalutazione della realtà.Torniamo al 18 aprile. Il Fronte popolare ottenne in percentuale quasi nove punti in meno rispetto a quanto, nelle elezioni del 1946, comunisti e socialisti avevano messo insieme presentandosi separatamente. Ci furono, inoltre, risultati differenti tra nord e sud. Si può parlare di errori di sottovalutazione?La risposta del sud avvenne, in parte rilevante, sul piano sociale, cioè su quello dei tanti nodi storici irrisolti (lo sono anche oggi!) della questione meridionale. Le sinistre arrivarono alle elezioni, del tutto impreparate allo scontro, forse senza la completa percezione del clima di incubo che sarebbe stato creato sullo scenario elettorale. In ogni caso vi giunsero convinte di un successo che era fuori della realtà, mentre quella convinzione veniva utilizzata ed enfatizzata dalla Dc per proporsi come unico argine alla rovina del paese. «Bisogna vincere, costi quel che costi» aveva detto De Gasperi. La stessa formazione del Fronte popolare (voluto dalPsi più che dal Pci) fu un errore, perché rendeva oggettivamente più difficile un'azione distinta (non separata né tantomeno contrapposta) dei socialisti, della quale viceversa c'era bisogno sia per contrastare l'avvenuta scissione saragattiana e sia per tentare di ottenere adesioni da alcune frange del mondo cattolico, accecato dall'anticomunismo ma non del tutto disponibile a seguire una politica antioperaia.Tu ritieni un errore la costituzione del Fronte popolare. Torniamo, allora, al "cruciale" 1947. Come mai a un anno dalla scissione socialista di palazzo Barberini non se ne avverti il carattere, per così dire, strategico?Pesò anche in questo caso la sottovalutazione, della quale abbiamo già parlato, della rottura dell'unità antifascista. Non si comprese che la scissione in casa socialista era stata operata da Saragat per dare vita a una formazione democratica nettamente contrapposta ai comunisti. Con essa la Dc acquisì un alleato prezioso perché riuscì a darsi una copertura verso una certa sinistra, bilanciando così la sua scelta di fondo verso il mondo liberale e conservatore. Si costituiva la premessa per quell'intesa quadripartita fra la Dc e i partiti laici (Psdi, Pri, Pli) che doveva governare l'Italia a lungo con una formula impropriamente definita moderata, di tipo centrista, ma in realtà ben più che moderata, essendo essa stessa interprete ed esecutrice delle scelte volute dai poteri economici forti ormai ricostituitisi dopo la fase incerta dell'immediato dopoguerra. Si trattava di un blocco sociale e politico compatto, pur nelle sue interne differenziazioni, fortemente unito e determinato nel favorire la riorganizzazione capitalista, sulla base di una logica privatistica e sostanzialmente antioperaia, in spregio ai principi da poco solennemente sanciti nella Carta costituzionale. Veniva ripudiato il patto democratico e antifascista, ad esso si sostituiva e si contrapponeva un patto anticomunista, oggettivamente e soggettivamente antiriformatore, anzi dichiaratamente restauratore, protetto e foraggiato dai più potenti gruppi capitalistici, ed ispirato, manovrato, guidato dal grande alleato d'oltreoceano, gli Stati Uniti d'America.Nella determinazione di questo risultato fu abilmente giocata la presunta minaccia sovietica. La capacità della propaganda anticomunista fu di rendere verosimile e incombente tale minaccia. Come si poté credere a simile eventualità se l'Urss non era intervenuta in Grecia in appoggio alla sollevazione comunista?L'Urss non intervenne a sostegno dei partigiani di Marcos perché la Grecia era sotto la protezione anglo-americana. L'Italia era sotto la protezione dell'unica potenza atomica di allora, gli Stati Uniti. E che l'Urss non avesse alcun disegno di intervento era fra l'altro provato dal ben noto incontro a Mosca fra Pietro Secchia, allora vice segretario del Pci e lo stesso Stalin che lo ricevette insieme a Molotov e a Beria. Secchia racconta che alla sua domanda circa la possibilità di un intervento o di un aiuto sovietico nel caso si fosse giunti ad una fase di tipo prerivoluzionario, Stalin rispose muovendo negativamente per tre volte il dito indice, e accompagnando la mossa già di per se molto significativa con un secco niet. Ma in quel momento, nel 1948, molti credettero alle. menzogne sparse copiosamente sui giornali e dai pulpiti. Fu facile, così, al governo democristiano accettare, anzi ricercare, l'intervento americano, che si manifestò anche con lo scorrazzare delle navi di guerra Usa nei nostri mari.Si può dire quindi che i programmi delle forze politiche in relazione ai tanti problemi del paese, da poco uscito dalla guerra, passarono in second'ordine e che la propaganda travolse la politica?La campagna elettorale fu in effetti un capolavoro della propaganda anticomunista. I manifesti della Dc erano terrificanti rispetto al pericolo della vittoria dei comunisti (non solo questi avrebbero portato alla dittatura sopprimendo le libertà democratiche, ma avrebbero tolto la casa, requisito la vacca e la terra e avrebbero messo persino in comune le donne); mentre erano suadenti rispetto alle prospettive dipinte di rosa in caso di una propria vittoria, con promesse di aiuti alimentari ed economici da parte americana, cui erano particolarmente sensibili le orecchie e le menti di una popolazione stremata materialmente e moralmente dalla guerra e dalla paura della miseria.La Chiesa intervenne massicciamente, persino con la scomunica che Pio XII volle comminata ai comunisti e agli amici dei comunisti, non risparmiando nemmeno la libertà di lettura (di libri, periodici eccetera che sostenevano la "dottrina o la prassi del comunismo"). Dall'America si fece sentire il cardinale Spellman con una dichiarazione, resa alla presenza di Truman e diffusa in ogni angolo del nostro paese; gli italiani venivano invitati a respingere lo «statalismo contro Dio e la Russia sovietica» e a scegliere l'America. In sintesi gli avvenimenti internazionali furono utilizzati per accentuare la necessità della presenza americana di fronte alle pretese minacce di invasione dell'Urss, che aveva occupato i paesi del centro Europa, dopo averli liberati dal dominio nazista, che aveva provocato la crisi cecoslovacca con la defenestrazione del governo democratico di Benes e Masarik , e che aveva costituito il Comiriform. Accadde così che in vastissimi ceti l'eventuale vittoria del Fronte popolare, cioè dei "socialcomunisti", fu sentita e temuta come vera e propria invasione sovietica. Se, pensando al 18 aprile si deve tecnicamente parlare di "elezioni politiche" (per il Senato e la Camera dei deputati) nella sostanza si trattò di un vero e proprio referendum: per vivere liberi con l'America e per impedire ai «cosacchi di arrivare con i loro cavalli a piazza San Pietro».Qual è, dunque, a mezzo secolo di distanza il tuo giudizio conclusivo sul 18 aprile e sugli eventi che lo seguirono?Certo, la delusione per la sconfitta fu enorme. Sembrò infranta una grande speranza che animava consistenti e forti masse popolari. Ma alla frustrazione, amara, si accompagnò una fortissima voglia di rivincita. Si spiega anche così la forza impetuosa del moto di lotta che si determinò pochi mesi dopo, il 14 luglio, per l'attentato contro Palmiro Togliatti: un moto di proporzioni enormi, uno sciopero che paralizzò il paese e che vide riempirsi le città di cortei e di manifestazioni imponenti. Ricordo a tale proposito la frase con cui il leggendario dirigente dei comunisti milanesi, Giuseppe Alberganti, commentò lapidariamente in piazza del Duomo, di fronte a una massa grandiosa di lavoratori, il valore di quelle due date: «Il 18 aprile ci siamo contati, il 14 luglio ci siamo pesati». Pochi anni dopo, nelle elezioni del 7 giugno 1953, le sinistre batterono la Dc sulla legge truffa e Alcide De Gasperi fu costretto a ritirarsi. E da allora, dal 18 aprile e dal 14 luglio 1948, i comunisti aumentarono di peso e di numero. L'Italia di oggi deve molto alla lungimiranza di Togliatti e del Pci, quando, nel 1947, vollero e seppero scegliere la strada, se pur difficile e lunga, dell'attuazione della Costituzione e della lotta delle masse popolari nell'alveo costituzionale.Liberazione 12 aprile 1998
Nel luglio del 1936 – al culmine di una grave situazione politica, acutizzatasi dopo che nel febbraio precedente il Fronte Popolare aveva ottenuto una vittoria molto risicata sulle destre che non accettano facilmente il responso delle urne, e preceduta da una serie di scontri in molte città tra i due schieramenti – era scoppiata la Guerra Civile di Spagna. Per tanti aspetti, la prova generale della seconda Guerra Mondiale che di lì a poco insanguinerà l’Europa e che finirà, con la vittoria franchista, nel 1939. Un conflitto duro e atroce che rappresenta – come scrive lo storico Fausto Cozzetto – «l’emblema di un’epoca che vede il confronto di tre modelli di organizzazione della vita sociale: quello democratico occidentale, quello comunista e anarchico, quello fascista innestato sulla forza delle tradizioni militari e religiose della Spagna».
La precedente situazione politica e sociale. La Spagna in quegli anni presentava una situazione politica e socioeconomica complessa. Più di un decennio prima, nel 1923, c’era stato il colpo di stato di Miguel Primo de Rivera che detenne il potere, con l’appoggio del re Alfonso XIII, sino al gennaio del 1930, quando le forti opposizioni alla sua politica lo costringeranno ad abbondonare.
Il 1931 è un anno cruciale. Dopo la caduta della monarchia – rimpiazzata a fine dicembre con l’emanazione della nuova Costituzione dalla seconda Repubblica (la prima durò dal 1873 al 1874) -, i partiti repubblicano e socialista si affermano nelle consultazioni di quell’anno avviando, con il governo Azaña, alcune riforme importanti (quella agraria in particolare) che incontreranno, però, molte difficoltà «sia per la resistenza dei ceti colpiti da quei provvedimenti – come asserisce Cozzetto -, sia per l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che li ritengono insufficienti». Quella dei primi anni trenta, dunque, è una situazione in forte fibrillazione, le cui cause sono da ricercare nella forte arretratezza dell’economia spagnola, accentuata anche dalla recessione del 1929. Nelle campagne i contadini sono in rivolta contro i latifondisti; i capitali cominciano a prendere la via dei paesi esteri. È un momento questo, per le forze di destra, molto preoccupante per la salvaguardia dei loro interessi che porterà, nel corso del 1932, ad un tentativo di golpe da parte del generale Sanjurjo. In questa temperie, viene fondata nel 1933 la “Confederación Española de Derechás Autonomas” (CEDA) guidata da Gil Robles. Una formazione politica che ha per obiettivo la difesa degli interessi reazionari di proprietari fondiari, oligarchia finanziaria, alto clero, gesuiti e ceto militarista. In quello stesso anno, nascono altre due organizzazione politiche: le “Giunte di Offensiva Nazionale Sindacalista” e le camicie azzurre della “Falange”, guidata da Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, poi arrestato e fucilato nel novembre del ’36, sotto il governo del Frente Popular. Dall’altro lato, invece, si contrappongono le sinistre, formate principalmente dal partito socialista e da quello comunista.
Alle elezioni del 1933, le destre – che avevano usato ogni mezzo per attirare dalla loro parte i contadini medi e la piccola borghesia -, conquistano la maggioranza dei suffragi e formano un governo filofascista guidato dal radicale Lerroux. Nel periodo 1934-35, chiamato il “biennio nero”, verranno «ripristinati i precedenti privilegi ecclesiastici e sospesa la riforma agraria, liquidate le conquiste dei lavoratori, sottoposta a censura la stampa, bloccata la riforma della scuola, represse le manifestazioni popolari». In questo contesto, in cui comincia anche a farsi strada l’opportunità da parte dei partiti di sinistra di formare un fronte unico antifascista, tutto il paese è teatro di una serie infinita di scioperi che non di rado sfociano in guerriglia urbana e rurale che il governo seda con la Legione Straniera (il Tercio de Extranjeros) di Francisco Franco. Nelle Asturie, tale situazione diventa esplosiva. Circa 27 mila minatori socialisti, comunisti e anarcosindacalisti delle “milizie rosse” mettono in atto una vera e propria lotta armata “di tipo bolscevico” contro il governo, che per tutta risposta attua una violenta repressione con circa tremila morti e 40 mila incarcerati.
Tale episodio in particolare, induce le forze in campo (socialisti, repubblicani, cattolici baschi autonomisti, comunisti ed anarchici) a coalizzarsi ed unirsi nel Frente Popular che conquista una vittoria molto risicata nelle consultazioni del febbraio 1936 ottenendo il 48% dei consensi (poi con il premio di maggioranza arriverà al 55 % dei seggi), rispetto al 46% delle destre. Al governo va Quiroga, mentre Azaña diviene presidente della Repubblica al posto del destituito Zamora.
Le destre tuttavia non accettano facilmente il responso delle urne e scatenano rappresaglie in molte città. In aggiunta, anche il governo, ora “più oltranzista e massimalista”, accentua l’azione persecutoria nei confronti della chiesa, dà l’avvio alla confisca dei latifondi, e permette la formazione di gruppi armati rivoluzionari. Tra febbraio e luglio, si registreranno drammatici scontri con centinaia di vittime.
L’inizio della guerra civile. Il 18 luglio – dopo che il giorno prima erano insorte le guarnigioni militari a Melilla in Marrocco e delle Canarie dove era stato allontanato il generale Franco -, “l’alzamiento”, ovvero la ribellione delle forze armate, scatta in tutta la nazione iberica. Il casus belli è l’uccisione il 13 luglio da parte della polizia urbana repubblicana del monarchico J. Calvo Sotelo, capo dell’opposizione.
Il pronuciamiento (il 52° golpe dal 1814 quando si verifica il primo contro l’assolutismo di Ferdinando VII), non ha subito il successo sperato. I nazionalisti riescono a conquistare molte delle importanti città del sud come Cadice, Cordova e Granata; del nord come Vigo, La Coruna, Pamplona e Burgos; mentre fallisce il tentativo di prendere la capitale Madrid e Barcellona che sono difese dai volontari della milizia popolare. Nel frattempo, il 19 luglio, si dimette il governo Quiroga e al suo posto subentra Giral; e a fine luglio si costituisce a Burgos il governo nazionalista (Junta de Defensa Nacional).
La rivoluzione sociale. Accanto alle operazioni di guerra, nelle zone controllate dai repubblicani, dalla metà di luglio e sino a fine agosto del 1936, si innescano una serie di collettivizzazioni nei trasporti urbani e ferroviari, nelle industrie, nella aziende commerciali e nel settore agricolo, con l’esproprio di migliaia di imprese che saranno gestite direttamente dai lavoratori e dai loro sindacati. Un conflitto nel conflitto che trasformerà Barcellona, durante “i giorni di maggio” del 1937 (tragedia narrata da Orwell in “Omaggio alla Catalogna”), un campo di battaglia e di scontri all’interno delle stesse forze repubblicane, con i comunisti da un lato che volevano rinviare «ogni prospettiva rivoluzionaria alla fine della guerra» e gli anarchici dall’altro che invece volevano far coincidere la guerra con la rivoluzione.
Gli schieramenti. Le forze nazionaliste del generale Franco contano su buona parte dell’Esercito e in minima parte sull’Aviazione e sulla Marina che sono rimaste repubblicane. Delle fila franchiste fanno parte pure i falangisti, i carlisti e i monarchici legittimisti, i nazionalisti (che comprendono la maggior parte dei cattolici e del clero), e parte dei conservatori. Tra i repubblicani, vi sono i liberali, i nazionalisti baschi e catalani, i socialisti, i comunisti stalinisti e trotzkysti e gli anarchici.
Sul piano internazionale, sia l’Italia di Mussolini che la Germania di Hitler che con i capitalisti spagnoli condividono interessi economici, daranno subito il proprio appoggio alla causa fascista. Viceversa, alcune nazioni come Francia, Inghilterra e Usa, esponenti delle democrazie occidentali, temendo la vittoria anticapitalistica dei repubblicani e che il conflitto potesse estendersi al resto d’Europa, attueranno una politica di non intervento, condivisa poi nell’agosto del ’36 da 27 paesi (comprese Italia e Germania), tra cui pure la Russia, convinta che «se l’accordo fosse stato davvero rispettato da tutti, cioè anche da Italia e Germania, i fascisti spagnoli sarebbero stati sconfitti». Ma così non fu, poiché Mussolini ed Hitler intensificarono gli aiuti in maniera esplicita, mirando a estendere nel resto d’Europa il regime fascista. Un fatto che spingerà in particolare l’Unione Sovietica a riprendere gli aiuti militari e finanziari alla Repubblica.
In particolare, l’intervento internazionale si traduce nell’invio da parte italiana del Corpo Truppe Volontarie. Il grosso del contingente arriverà agli inizi del 1937. La Divisione Littorio conta circa 20 mila soldati ed altri 30 mila sono le camicie nere. I tedeschi, invece, mandano in terra di Spagna, già a partire dall’agosto 1936, la famigerata unità militare che qualche mese più tardi prenderà il nome di legione Condor, una flotta di un centinaio di nuovissimi aeroplani della Lutfwaffe che, tra le altre operazioni militari, si macchierà della strage della città basca di Guernica (26 aprile 1937), il cui bombardamento a tappeto ispira il celebre dipinto di Picasso.
Guernica di Picasso
Le Brigate Internazionali. Sull’altro fronte, dall’agosto del ’36, cominciano ad arrivare volontari da 52 paesi che saranno organizzati dalla Terza Internazionale a partire dall’ottobre del ‘36 nelle Brigate Internazionali che conteranno all’incirca 40 mila combattenti, di cui metà perderanno la vita in battaglia, saranno dispersi o feriti.
Delle Brigate Internazionali fanno parte i maggiori esponenti dell’antifascismo europeo. Nomi come Togliatti, Longo, Nenni, Tito, Marty ecc. e Carlo Rosselli che in Spagna è a capo della “Colonna Italiana Francisco Ascaso”, e che verrà assassinato da sicari mandati da Mussolini assieme al fratello Nello, il 9 giugno 1937, in Francia, dove si era rifugiato dopo il ferimento nelle fasi della guerra spagnola.
Le Brigate Internazionali – che svolsero un ruolo fondamentale nelle diverse battaglie di Madrid, Guadalajara e dell’Ebro – verranno poi disciolte nell’ottobre del 1938 per le politiche di non intervento portate avanti dalle democrazie occidentali.
Le principali battaglie e avvenimenti. Il 15 agosto i nazionalisti prendono Badajoz; il 4 settembre liberano Toledo tenuta in assedio dai repubblicani dall’inizio della guerra. Sempre in settembre, il socialista Largo Caballero è nominato capo del governo; mentre Franco diviene capo unico della Giunta militare. Nell’autunno, Madrid è teatro di uno scontro durissimo ed il governo si sposta a Valencia. Nello stesso periodo, l’Italia e la Germania riconoscono, ufficialmente, il governo di Francisco Franco.
Nel marzo del ‘37, la battaglia di Guadalajara, che dista pochissimo dalla capitale, vede impegnate le Truppe Volontarie italiane, che perdono la battaglia contro lo schieramento repubblicano, formato in prevalenza dalla Brigata Garibaldi. Il maggio successivo invece, è caratterizzato, come già accennato, da un’insurrezione operaia a Barcellona. A metà maggio cade il governo Caballero e ne diviene capo il socialista Negrin. A novembre la sede del governo cambia ancora da Valencia per Barcellona. Inizia a dicembre la battaglia di Teruel, vinta poi dai nazionalisti. Dopo un tentativo di trattare la pace, la guerra continua, e nella battaglia dell’Ebro, che dura da luglio a novembre del ‘38, i repubblicani tentano di ricollegare i territori da loro controllati. Sarà un fallimento che pregiudicherà l’esito finale dello scontro. A fine anno, Franco lancia l’offensiva finale che porterà, dopo la conquista di Barcellona, al riconoscimento da parte di Francia ed Inghilterra, nel febbraio del ‘39, del governo nazionalista; mentre il presidente della Repubblica Azaña, rifugiatosi in Francia, rassegna le dimissioni. La guerra finisce con l’entrata a Madrid dei franchisti a fine marzo del 1939.
Le violenze, le vittime. Il bilancio della Guerra civile è terribile. Si è parlato di un milione e 300 mila morti di cui 400 mila in combattimento da entrambe le parti. Ben 75 mila furono uccisi dalle sinistre tra il 1936 e il 1939; 400 mila dai franchisti nel corso della guerra, 100.000 eliminati sommariamente dai franchisti dopo la fine della guerra e 400.000 dopo una sentenza capitale (l’ultima nel 1953). A queste cifre bisogna aggiungere altre decine di migliaia di vittime della guerriglia che continuerà sui monti sino alla fine degli anni ‘40.
Tra i morti si contano anche nomi illustri. È il caso del poeta Federico Garcia Lorca che viene brutalmente ucciso dai franchisti nell’agosto del 1936. La sua colpa fu l’aver firmato, nel febbraio precedente, assieme ad altri intellettuali spagnoli, un manifesto d’appoggio al Frente Popular, pubblicato poi su Mundo Obrero il giorno prima delle elezioni. «L’assassinio di Federico fu per me – scrisse il poeta cileno Pablo Neruda – l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce».
La chiesa cattolica annovera pure tra le sue fila, l’uccisione di una dozzina di vescovi, e circa 7 mila tra sacerdoti, suore e laici. Un dato, questo, che dà la misura dell’anticlericalismo del governo repubblicano, evidenziato all’epoca da Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris del marzo 1937.
Nel marzo del 1987, Papa Woityla proclamerà beati, 8 dei martiri spagnoli uccisi durante quel sanguinario conflitto.
Combattenti antifascisti calabresi. Nei bollettini dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea di Cosenza), ne sono citati diversi. I nominativi sono tratti da fonti dell’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, con aggiunte di I. Sangineto. Tra questi, troviamo Gennarino Sarcone di Rogliano che in Spagna combatte sui fronti del Centro e di Teruel ed è commissario politico nella milizia di Carlo Rosselli. Al rientro in Italia, terminata l’esperienza nelle Brigate Internazionali, sarà arrestato nell’aprile del 1942 e mandato al confino. Tra le vittime, secondo quanto riportato in uno scritto di Tobia Cornacchioli, annotiamo l’anarchico Cosmo Pirozzo di Rosarno (1912 – Huesca 1937). Studente in Lettere e Filosofia a Torino, Pirozzo va in Spagna nei primi di agosto del 1936 e si aggrega alla milizia di Rosselli. Cadrà in battaglia il 12 gennaio del 1937, colpito dallo scoppio di un proiettile dell’artiglieria nemica, dopo aver soccorso il compagno ferito Luigi Talarico di Aprigliano. Tanti calabresi. Come pure il comunista cosentino Eugenio Gallucci che muore nella battaglia dell’Ebro; o il reggino Valentino Abruzzese (Rizziconi 1908 – Fuentes de Ebro 1937), ricordato assieme ad altri in uno scritto di Rocco Lentini, o ancora Marco Perpiglia. Ma è impossibile elencarli tutti.
Personaggi. “Antes morir de pie que vivir de rodillas! No pasaran!”. “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Così disse Dolores Ibarruri (1895 – 1989), meglio conosciuta come la Pasionaria, in un annuncio radio, la sera del colpo di stato. Poco più tardi a Madrid, con un compagno andrà nella Caserma di fanteria e arringherà i soldati incerti facendoli passare dalla parte repubblicana. In seguito promuoverà la nascita della milizia del Quinto Reggimento. Nel 1920, quando in Spagna nasce il Partito Comunista, la bella Dolores ne fa subito parte come membro del comitato provinciale del partito comunista basco. Inizia a scrivere su giornali come Mundo Obrero, organo ufficiale del partito, e si firma con lo psedudonimo di Pasionaria. Diviene in seguito membro del comitato centrale del partito. Arrestata più volte per il suo impegno politico, è sempre più presente nella attività del partito e nella battaglia contro il fascismo. Nel 1935 viene eletta membro del Comintern, ed è tra coloro i quali approva la costituzione del Frente Popular che vincerà le elezioni del febbraio ’36. Si adopera, all’indomani del pronunciamento delle forze armate, a formare le Brigate Internazionali. Con il Governo Caballero, in cui entrano a far parte anche i comunisti, la Pasionaria diventa vice presidente del Parlamento. Dopo la fine della guerra, andrà in Francia e poi in Russia dove diventerà cittadina sovietica. Nel 1942, alla morte di Diaz, è segretaria del partito comunista spagnolo in esilio e lo resterà fino al 1960, quando prenderà il suo posto Santiago Carrillo. Nel 1945 è vicepresidente del comitato esecutivo della federazione internazionale delle donne democratiche. Alla morte di Franco, nel 1977 verrà eletta deputata. Nei due schieramenti opposti spiccano anche altri personaggi. Per i repubblicani, il generale Lister, eroico difensore di Madrid e comandante del Quinto Reggimento; ed il colonnello Moscardò, comandante dell’Alcazar di Toledo, per i nazionalisti.
Romanzi e pellicole. Tra i libri e i film che hanno a tema il conflitto spagnolo, da segnalare principalmente: “Per chi suona la campana”. Il romanzo di Ernest Hemingway (21 luglio1899 – 2 luglio 1961) è del 1940. Il protagonista Robert Jordan, è un intellettuale americano che combatte nelle Brigate Internazionali. Viene inviato sulle montagne dal generale Golz dove dovrà far saltare un ponte, in concomitanza dell’offensiva repubblicana a Navacerrada nei pressi di Segovia. Prende contatto con un gruppo di guerriglieri che lo aiuteranno a compiere l’impresa. Qui conosce Maria e tra i due scoppia l’amore, con la benedizione di Pilar, la mujer di Pablo. Robert farà saltare in aria il ponte, ma sarà ferito in modo grave durante la fuga e rimarrà solo, ormai condannato a morte sicura, ad affrontare gli inseguitori. Per la figura di Robert Jordan, Ernest Hemingway si è ispirato a Robert Capa, “il più grande fotografo di guerra del mondo”, che perde la compagna Gerda durante la battaglia di Brunete nel luglio del ’37. A tre anni dall’uscita del romanzo, nel 1943, Per Chi Suona la Campana (For Whom the Bell Tolls) diventa un film di grande successo. La pellicola (colori, 170 min.) diretta da Sam Wood, ha come interpreti Gary Cooper nei panni di Robert, Akim Tamiroff (Pablo), Katina Paxinou (Pilar) e Ingrid Bergman nel ruolo di Maria. Nel 1944 guadagna l’Oscar per la migliore attrice non protagonista, il Golden Globe per il miglior attore non protagonista e per la migliore attrice non protagonista.
Altre opere cinematografiche. Spagna ’36 di Buñuel; Espoir di Andrè Malraux del 1938; L’Assedio dell’Alcázar e Sin Novedad en el Alcázar (1940), di Augusto Genina (versione italiana e spagnola), premiato alla mostra del cinema di Venezia nel 1940 con la coppa Mussolini. Ed ancora: Morire a Madrid di F. Rossif – Cinegiornali Sovietici (1936 – 1938); Terra e Libertà (1995) di Ken Loach; Aguiluchos de la Fai por Tierra de Aragona (1936); Bilbao di Bigas Luna del 1976; Ay, Carmela di Carlos Saura del 1989; Terra di Spagna di Joris Ivens con commento di E. Hemingway; Raza di Josè Luis S. De Heredia (con soggetto di Jaine De Andrade, pseudonimo del generale Franco).
A seguire, il dossier pubblicato da Il Quotidiano della Calabria del 17 luglio 2006