Assedio dei Normanni ad Aiello. Una ipotesi di fantasia…

Disegno di Aiello della serie Cybo, inizi 1600

Nel 2003, nel corso dell’estate aiellese, organizzammo un incontro con uno studioso di storia locale sull’assedio dei Normanni. Onorato Tocci sosteneva che l’assedio di 4 mesi da parte del Guiscardo si giocò tra il campo base dei guerrieri del nord posto dove ora c’è piazza S. Maria e a ridosso del castrum bizantino su colle Telesio, in pratica dove noi aiellesi chiamiamo castìellu suttanu. Dopo il lungo assedio e ed una sortita degli aiellesi, andata male, ci fu la resa di Aiello.
Ora, lo spirito del post è finalizzato ad una ipotesi – certamente azzardata e senza alcun fondamento -, che voglio comunque proporvi per sapere cosa ne pensate.
E se il campo base scelto dai Normanni non fosse stato S. Maria, ma invece “Belliscura” che ora chiamiamo Valle Scura o Oscura?
Il disegno della serie Cybo, in questo caso, ci può aiutare ad immaginare, anche perché il punto di vista del disegnatore doveva essere nei pressi di Belliscura.
Belliscura potrebbe essere un toponimo latino da bellum + obscura, ovvero guerra o battaglia oscura, dove oscura qui è inteso come “incerta”, e dunque battaglia dall’esito incerto.
Larga è la foglia, stretta è la via, racconta la tua, ché ho detto la mia!

Costantino Arlìa, purista della lingua e accademico della Crusca

Atto di nascita di C. Arlìa

Copano è una località di Aiello, conosciuta per le curve tortuose della strada provinciale che l’attraversa. Il 24 agosto del 1828, alle ore dodici, arriva in Comune la signora Grazia Casanova, di professione levatrice, di anni 60, e presenta al sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile, Geniale Maruca, un bambino appena nato. È stato ritrovato dalla signora Casanova qualche ora prima, alle 7 del mattino, “avanti la Pagliaia del suo fondo detto Copano ove domicilia”. Il neonato è stato abbandonato, così riporta l’atto di nascita, “dagli autori dei suoi giorni, in fasciato con alcuni panni di lino bianco, con fascia di Bambace bianca, ricci di cambri bianchi, al collo, legato con un cordone di lana nero, con una barca di seta, color paglino e fettuccia rossa ed altra bianca colla testa ignuda senza alcun segno, cifra, o lettera sul collo. Noi ufficiali dello Stato Civile – prosegue il documento – dopo aver visitato detto bambino l’abbiamo ritrovato essere maschio, della età apparente di tre giorni. La stessa ha inoltre dichiarato di dare al bambino nome di Costantino cognome Adriano”. Nello stesso documento, è annotato che il 16 gennaio 1836, 8 anni più tardi, don Bonaventura Arlìa, dottore fisico e cerusico di Amantea dichiarerà di riconoscere per proprio figlio il piccolo Costantino, nato il 23 di agosto del 1828. Inoltre, lo stesso 24 agosto, dopo la registrazione in comune, il trovatello riceverà il battesimo nella chiesa di Santa Maria Maggiore.
Costantino, dunque, adottato dalla levatrice, cresce ad Aiello. La sua formazione scolastica inizia però nel seminario di Tropea, nella cui Diocesi erano compresi all’epoca sia Aiello che Amantea. In seguito, dopo un periodo di studio da autodidatta, si trasferisce a Napoli, dove si laurea in Giurisprudenza. È il 1861 quando inizia la carriera in magistratura come Procuratore del Re presso il Tribunale di Ivrea. Da qui andrà a Torino come capo sezione al Ministero di Grazia e Giustizia; e poi a Roma. Nel 1890 si dimette per motivi di salute dall’incarico ministeriale di direttore della seconda divisione e subito dopo, nel febbraio 1891, si trasferisce a Firenze, assieme alla compagna Giuseppina Massaglia. Con quest’ultima si sposa nella città del Giglio, ormai avanti con gli anni, il 4 febbraio 1906. Nel capoluogo toscano, Costantino Arlìa passa a miglior vita nella sua casa di via S. Gallo 81, per una emorragia cerebrale, il 18 febbraio del 1915. «L’ultimo periodo della sua lunga vita (morì a 86 anni) – si legge nel necrologio pubblicato sul «Giornale storico della letteratura italiana» – venne funestato dalla cecità, ma egli sopportò con stoicismo la sua sventura, consolando le tenebre da cui era avvolto con le luci sempre vivide della memoria e dell’intelletto». Fu, il Nostro, secondo l’anonimo estensore, «editore e annotatore amoroso e sagace», sebbene non «un letterato di professione, ma ciò non tolse che egli amasse e studiasse le lettere nostre con vera e instancabile passione».
Costantino Arlìa che per tanti anni aveva svolto la professione di magistrato, è conosciuto però come filologo e italianista. Tra le sue pubblicazioni più note, il “Lessico dell’infima e corrotta italianità” che scrisse insieme a Pietro Fanfani. La competenza filologica e lessicografica acquisita, nonché le numerose pubblicazioni a tema, fecero dell’Arlìa un autorevole linguista, tanto da essere chiamato a far parte dell’Accademia della Crusca.

Per approfondimenti: Dizionario Biografico della Calabria contemporanea dell’ICSAIC (Voce Arlìa Costantino)

La Google maps del Regno di Napoli

Ritaglio mappa della Calabria del Basso Tirreno cosentino tratto dalla Collezione di David Rumsey

Fonte Pagina Facebook dell’Archivio di Stato di Salerno

Google maps del Regno di Napoli!
La David Rumsey collection consente di navigare come maps di Google, la differenza è che si viaggia nel tempo oltre che nello spazio! Scoprite l’Atlante geografico in alta risoluzione del #RegnodiNapoli che rappresenta una delle più importanti realizzazioni cartografiche del Settecento. L’opera, commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di
#Borbone Re di #Napoli e completata nel 1812, fu realizzata dal geografo Giovanni Antonio Rizzi Zannoni e dall’incisore Giuseppe Guerra.

==> LINK

Commento del blogger

Ecco un ritaglio della mappa della Calabria tratto dalla Collezione di David Rumsey.

Come potete vedere, ci sono toponimi come Belliscura o Serra Pellata che si richiamano agli attuali. Ma altri, come monte Reineri (dovrebbe essere monte o Cozzo Pellegrino) non li conoscevo. Anche monte Barbaro (per noi aiellesi Varbàra) ora è Monte S. Angelo.

Per quanto riguarda Valle Belliscura, confesso che, come tanti, il nome fosse dovuto a valle buia dove il sole batte poco, ma forse non è così. Potrebbe – siamo nel campo del puro azzardo, intendiamoci – avere origine latina (bellum, guerra o battaglia), e Belliscura (genitivo Belli, della guerra + oscura) quindi potrebbe significare valle oscura “della battaglia” o qualcosa di simile. Boh. E’ solo uno spunto per ragionarci sopra col vostro aiuto, specie se masticate di greco e di latino.

Circa Serra Pellata, che sinora credevo fosse Serra pilata poiché spoglia di alberi, e riferita ad una circoscritta località, mentre nella mappa parrebbe comprendere anche tutto monte Faeto, mi affido ai commenti dei lettori … Buone cose

I fatti luttuosi di Ajello del 20 febbraio 1921

Il manoscritto di A. Civitelli sui fatti del 20 febbraio ’21

Ciò che successe quel 20 febbraio 1921 passò alla cronaca ed alla storia come i Fatti luttuosi di Ajello in Calabria, ed ebbero una rilevanza nazionale oltre che locale.

Sono circa le dieci del mattino, quando centinaia di contadini iscritti alla sezione della Lega del lavoro di Stragolera e Cannavali (due frazioni del comune, nda) si riversano in paese per protestare contro la tassa sul focatico. Una imposta diretta comunale di origine medioevale, poi abolita nel 1931, applicata solo alle famiglie benestanti, che l’Amministrazione di Aiello aveva deciso di estendere a tutti, senza distinzione di reddito. Una simile reazione delle classi più povere si era registrata già nel luglio 1919, ad Aiello come in altri centri calabresi, per il rincaro del costo della vita.

Il 20 febbraio 1921, però, la situazione precipita. «Due morti (Lepore Vincenzo di anni 50 e Guercio Vincenzo di anni 22) e cinque feriti si sono avuti in una dimostrazione compiuta da contadini contro il Municipio di Aiello Calabro, per protestare contro l’annuncio della tassa sul focatico. La folla inveendo contro i carabinieri aveva ferito il brigadiere e un milite: il carabiniere superstite per evitare di essere sopraffatto, fece fuoco ripetutamente e i dimostranti si diedero alla fuga lasciando al suolo due morti e tre feriti leggeri». Così fu riportata la notizia dal “Corriere della Sera” del 24 febbraio. In questi termini era stata riferita anche dal “Giornale di Calabria” il giorno successivo agli eventi.

Palazzo Cybo, all’epoca sede del Municipio e dei Real Carabinieri

Ma è controversa la dinamica di quanto avvenne. Il “Giornale di Calabria” (del 21.02.1921), nella ricostruzione dei fatti, riassumendo, parla di invasione da parte della folla del Municipio e della caserma dei Real Carabinieri (allocati nello stesso palazzo Cybo-Malaspina, nda); di aggressione ai militi, e di alcuni colpi di rivoltella, uno dei quali ferì un carabiniere in modo lieve. «I carabinieri allora – è scritto nell’articolo – vistisi ridotti a mal partito fecero uso delle armi furono esplosi cinque colpi che uccisero due dimostranti (…) e ne ferirono lievemente altri tre».

Per quei fatti furono arrestati 16 contadini ed emesso mandato di cattura per Adolfo Civitelli, insegnante “borghese” ed ex sindaco della cittadina sul finire del 1800, che fu ritenuto istigatore della rivolta. La “Sezione di Accusa” presso la Corte di Appello di Catanzaro, prosciolse i Reali Carabinieri “per legittima difesa” e rinviò a giudizio: Raffaele Bernardo Ciddio «per reato di lesione» in persona del carabiniere Barbuto e altre 13 persone (tre furono prosciolte), compreso Civitelli, «per oltraggio con violenza e resistenza, di violenza privata e di lesioni lievissime».

La terza Sezione del Tribunale, presieduta dal cav. Russo, nel marzo 1922, (collegio di difesa composto dagli avvocati: Caratelli, Virno, D’Andrea, De Chiara, Tocci, Gullo, e Corigliano) emetterà sentenza di condanna per Bernardo Raffaele (un anno, un mese e 8 giorni); e per gli altri a due mesi e 27 giorni di reclusione, «pena completamente condonata»; mentre assolverà, per insufficienza di prove, altri sette contadini.

A. Civitelli con familiari

«È evidente che la ricostruzione dei fatti fornita inizialmente dal “Giornale di Calabria” – scrive Rocco Civitelli, autore del liber amicorum “Cronaca e storia ad Aiello Calabro nel primo Novecento, Libreria Dante e Descartes – Napoli 2003”, dove sono contenuti gli appunti di Adolfo Civitelli che «inviò dalla latitanza alla famiglia per organizzare la difesa processuale» – non resse né all’istruttoria né al dibattimento. L’accusa di tentato omicidio non fu neppure portata in aula. Ma la sentenza – evidenzia l’autore, già docente ed ex militante nella Cgil Nazionale – appare comunque sproporzionata e non rispondente ai fatti».

Anche l’organo provinciale socialista cosentino nel numero 3 del 1° aprile 1922 – come riporta ancora l’autore da Misefari (1972) – bolla il pronunciamento della corte come una «incredibile e feroce sentenza di classe» e parla di «persecuzione giudiziaria contro l’insegnante Adolfo Civitelli, dipinto come istigatore, e 16 poveri contadini …».

In altre parole, per Civitelli i moti contadini del ’21 non furono strumentalizzati dalle ambizioni personali di un borghese “dissidente” dalla classe di appartenenza, né una manifestazione “spontanea”, ma furono solo legittime battaglie contro le forze conservatrici per una giustizia sociale.

* Riproponiamo in occasione dei 100 anni dei Fatti di Ajello, un vecchio articolo pubblicato sulla stampa e poi postato sul blog, diversi anni fa.

Il voto solenne all’Immacolata in un documento del Notaio Giovanni Angelo Inserra di Ajello

Fonte Archivio di Stato di Cosenza

La peste fu tra le grandi epidemie più temute della storia e la più devastante. Tra il 1656 e il 1658 il tremendo flagello, forse arrivato dal mare e da terre lontane su imbarcazioni mercantili, colpì il Regno di Napoli e non risparmiò la Calabria. Piccoli e grandi centri, già colpiti da terremoti e carestie, fecero i conti con la tremenda e contagiosissima malattia che in breve tempo causò sofferenza e morte e divenne la principale protagonista di paure collettive.

Per la “gratia ricevuta d’esser fatti esenti dal mal contagioso”, il 2 febbraio 1657 Giovanni Maria D’Adamo, sindaco e mastro giurato della bagliva di Carpanzano, compose con sonetti e ottave, il Voto solenne in onore dell’Immacolata Concezione.

Nella preghiera alla Vergine Immacolata, oltre al ringraziamento per essere stati liberati dall’epidemia, affiora la richiesta di protezione del territorio dalle guerre, carestie e terremoti e la difesa “d’ogni male, dal fier nemico dragone infernale, sotto il vostro refugio ricorremo”.

L’opuscolo, inserito in un protocollo notarile del 1659, è un esemplare stampato presso la tipografia di Giovanni Battista Russo in Cosenza.

ASCS, Notaio Giovanni Angelo Inserra, n. 185, 1658-1659, c. 6

Il Culto di San Geniale Martire, Patrono di Aiello Calabro (Cs)

San Geniale Martire (scheda presente su Santi e Beati)
Sec. III
San Geniale, sebbene non incluso nel martirologio cristiano, è un martire del terzo secolo, che sotto Diocleziano diede la vita per affermare i valori della sua giovane fede. Le sue reliquie, conservate nella catacombe di S. Lorenzo in Roma, vennero donate per intercessione del cardinale Cybo alla universitas aiellese di cui la sua famiglia era feudataria. La cassetta con le ossa, ed un’ampolla di sangue, giunsero ad Aiello nel 1667, il 26 di luglio, e furono custodite nel monastero degli Osservanti. Dal 6 maggio 1668, domenica, con la verifica dei sigilli della cassetta, alla presenza dell’inviato del vescovo di Tropea, venne acclamato dal popolo aiellese come patrono della città.
Da allora, la tradizione del culto si perpetua ogni anno nella prima domenica di maggio. E dal 1783, anno del terremoto, per lo scampato pericolo, in segno di ringraziamento, di penitenza e di devozione, anche come ex voto, il 5 di febbraio.

Patronato: Aiello Calabro (CS)

Storia del Culto
Quella successiva alla Riforma protestante fu una fase storica, in cui studiosi e dottori della Chiesa, come Cesare Baronio (Sora 1538 – Roma 1607), cardinale e storico che scrisse una monumentale storia della Chiesa per confutare i contenuti delle “Centurie di Magdeburgo” ed Antonio Bosio (1629-1652), il “Colombo della Catacombe” a cui è dovuta la mappatura dei cimiteri romani, riaffermano e rinsaldano la fede, la centralità vaticana e le proprie radici storiche, riscoprendo il Paleocristianesimo. Dalle fondamenta della Città Eterna, da quelle Catacombe in cui “di notte, mentre il sonno assopiva i rimorsi degl’imperatori e del popolo di Roma, i generosi fedeli raccoglievano il Sangue e i Corpi dei Martiri, rimasti esposti nel giorno al pubblico ludibrio, e con gelosa cura li depositavano…. (Solimena)”, parte l’operazione di rinsaldare la fede, minacciata dalla Riforma, irradiando in tutto il mondo cattolico le ossa e il sangue di questi primi eroi del Cristianesimo.
In questo periodo, gli Aiellesi, dopo le sciagure provocate dal terremoto del 1638, cantate in una poesia di Giuseppe Di Valle, si sentono indifesi contro la forza devastante della natura. Sentono il bisogno di farsi proteggere.
L’occasione si offre con Alderano Cybo, cardinale molto influente della famiglia allora feudataria di Aiello. A lui chiedono di intercedere per ottenere qualche reliquia di santo martire. E le ottengono nel 1667 quando arrivano ad Aiello quelle di Geniale, un giovane che muore tra il I e III secolo d.C. da martire “a testimonianza dell’Evangelo, di quell’Evangelo – scrive il Solimena nel libro sul patrono aiellese, ripubblicato nel 1992 dall’editore Brenner – ch’è il più santo ed il più giusto di tutti i codici dell’umanità”.
Purtroppo però, come ebbe ad evidenziare lo stesso Solimena, e come risulta dagli studi dei Bollantisti, “nel Martirologio non si parla del Martire nostro. L’omissione – spiega – potrebbe attribuirsi al fatto che in certi giorni era così grande il numero dei Martiri, da riuscire difficile e qualche volta impossibile il prenderne nota”.
Tuttavia, questa circostanza nulla toglie alla venerazione delle spoglie del santo, sostenuta negli anni cinquanta, in occasione di una visita pastorale, anche dal vescovo di Tropea, Monsignor Agostino Saba (Aiello faceva parte sino a quegli anni di quella Curia vescovile, mentre ora fa parte della Diocesi Cosenza-Bisignano).
I resti mortali del martire cristiano erano stati estratti dalle Catacombe di S. Lorenzo, per ordine di Papa Alessandro VII, il 4 di maggio del 1656 e consegnati in custodia al cardinale Alderano Cybo, sino a quando non vennero concesse (atto notarile del 10 giugno 1656) alla “terra di Aiello”, dove giunsero il 26 luglio del 1667. La “capsula quadrata”, contenente le reliquie e la boccia con il sangue del martire, era partita da Roma per Napoli e consegnate a Padre Francesco da Pietramala del Monastero dei Padri Zoccolanti di Santa Maria delle Grazie a cui era destinata. Da Napoli, via mare, arrivarono ad Amantea. Depositata sulla spiaggia, fu oggetto di contesa tra alcuni amanteani che volevano appropriarsene, ed una eroica donna aiellese a nome Tarquinia Ferrise. Lì avvennero i primi miracoli: la cassa, durante il tentativo degli amanteani di sollevarla, divenne tanto pesante che solo Tarquinia riuscì a sollevare e portare ad Aiello, liberandosi, nel medesimo tempo, anche dal demonio da cui era posseduta. Qui giunta, la cassa viene portata nella Chiesa del Monastero di Santa Chiara, ma ci volle il 6 maggio del 1668, con l’arrivo del Vicario generale di Tropea, Don Orazio D’Amato, inviato dall’allora vescovo titolare, monsignor Luigi De Morales Agostiniano Spagnolo, per constatare che i sigilli erano intatti e nominare Geniale patrono di Aiello Calabro. Le reliquie furono così portate fuori le mura della città, nel Convento degli Zoccolanti e depositate nella Cappella gentilizia Cybo, dove rimasero sino al 1808.
Il simulacro fu costruito con tre serrature, le chiavi furono consegnate rispettivamente al Guardiano del Convento, al Vicario Foraneo e al Sindaco di Aiello.
Da allora ogni prima domenica di maggio si celebra la festa di S. Geniale, Patrono di Aiello. E dalla quella data inizia la lunga serie di “miracoli” del Santo Patrono, non solo a favore degli Aiellesi, ma di tutti i paesi del Circondario che ne divennero così molto devoti. A partire dal 1783, anno del sisma disastroso, si comincia a festeggiare anche come ex voto il 5 di febbraio, per avere, il patrono, preservato la città e limitato i danni del terribile “tremuoto”. Un’altra festa solenne si tiene ad Aiello C., dal 1668, nella prima domenica di maggio.
A partire dal 1808, e per volere dei fedeli, la Statua del Patrono fu custodita nella chiesa Matrice dove attualmente si trova.

La Ricognizione delle Reliquie
Nel mese di novembre del 2003, si è conclusa – con il patrocinio ed il contributo dell’Amministrazione Comunale – la Ricognizione Canonica sul ‘corpo santo’ di Geniale martire, voluta da monsignor Giuseppe Agostino, Metropolita di Cosenza-Bisignano. Un atto questo che si colloca, come è scritto nella relazione di don Enzo Gabrieli, presidente della Commissione diocesana di Ricognizione, “nel cammino che la nostra Chiesa locale sta facendo, per la riscoperta e la valorizzazione della memoria dei Santi e dei Martiri”.
La Commissione, di cui ha fatto parte, tra gli altri, anche il Rev. Don Ortensio Amendola, parroco di Santa Maria Maggiore (dove sono custodite le Reliquie), ha provveduto in 6 sessioni a catalogare ed esaminare i resti di Geniale. Dall’analisi medica è risultato che le ossa appartenenti ad un giovinetto (14/16 anni) di 160/170 cm, rinvenute nel simulacro, erano dignitosamente conservate e munite di autentica. Oltre alle ossa sono stati rinvenuti altri reperti (tra questi il frammento di muro in malta e resti dell’ampolla in vetro contenente il sangue del martire, provenienti dalla catacomba di S. Lorenzo in Roma). Le ossa repertate sono state poste in un’urna sigillata. Così gli altri reperti, messi in una urna, esterna al simulacro, anch’essa munita di sigillo arcivescovile.

Il Restauro
Con il finanziamento della famiglia Solferino, da sempre devota al patrono, nel 2004 è stato effettuato il restauro (descialbatura e disinfestazione) del busto reliquiario del Martire.
Il busto consiste in un pregevole opera di bottega partenopea della seconda metà del 1700, nella cui predella sono ospitate le reliquie del Santo Martire. Raffigura un giovinetto dalle armoniose ed aggraziate fattezze, in abiti romani in atteggiamento orante e incoronato da un angelo.
Le operazioni di restauro – affidate alla ditta “Daniela del Francia” di Roma – si sono rese possibili grazie ai nulla osta della Curia e della Soprintendenza ai beni artistici di Cosenza ed al supporto dell’Assessorato alla Cultura del Comune.

Autore: Bruno Pino

Bibliografia

Per la storia del culto
– “San Geniale Martire” di Scipione Solimena, Palmi 1902;
– Atti Conferenza sul Culto di S. Geniale – Aiello maggio 2003 (Relazione di Fausto Cozzetto, docente di Storia Moderna dell’Università della Calabria);
– Mostra documentale Archivio di Stato di Cosenza, Aiello aprile 2003 (Documentazione notarile dell’epoca, conservata presso l’Archivio, diretto dalla dott.ssa Anna Maria Fazio);

Per la Ricognizione
– Relatio Recognitionis Reliquiarium Geniali Martyris – a cura della Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano – Commissione per la Ricognizione sulle Reliquie;
– Conferenza sulla Ricognizione – dicembre 2003 (relatori: Don Enzo Gabrieli, presidente Commissione e vicepostulatore causa dei Santi; Don Ortensio Amendola, parroco di Santa Maria Maggiore; Elisabetta Mazzei, storico delle Religioni; sindaco di Aiello Calabro, Francesco Iacucci; assessore cultura comune, Bruno Pino).

Documenti e memoria storica. Online l'archivio del Pci di Nicastro, digitalizzato dall'ICSAIC in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica della Calabria

RENDE – Al termine del lavoro di digitalizzazione dell’Archivio PCI di Nicastro, che va dal 1944 al 1983, l‘ICSAIC mette online, a disposizione degli studiosi della storia politica della nostra regione, tutta la documentazione del Partito Comunista Italiano – Sezione di Nicastro, che consiste in 128 fascicoli, raccolti in 16 buste, e strutturato in 14 serie.


“Un’operazione, questa, speriamo utile – è scritto in una nota dell’Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea che ha sede all’Unical – a chi vorrà indagare le vicende politico-amministrative della Calabria e in particolare di Nicastro e poi Lamezia Terme, resa possibile grazie a un finanziamento proveniente dalla Legge 205/2017 (Archivi movimenti politici e organismi di rappresentanza dei lavoratori)”.
Il progetto è stato seguito e monitorato dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Calabria, guidata dalla dottoressa Ada Arillotta, che ha collaudato i lavori di digitalizzazione curati da Bruno Pino, dirigente ICSAIC, ed eseguiti nel corso di quest’anno conformemente ai dettami tecno-scientifici della medesima Soprintendenza.
Il fondo messo online – circa 14 mila immagini confluite in PDF -, oltre a consentire ad un vasto pubblico di utenti la fruizione dei documenti comodamente da casa, confluirà – fa sapere ancora l’ICSAIC – nel Portale SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche) e negli Archivi MiBACT “Per non dimenticare”.
Nella scheda presente sul sito (www.icsaicstoria.it) riguardante l’archivio PCI ci sono tutti i dettagli relativi al fondo, la sua storia archivistica, e quella della sezione del PCI. Nella stessa scheda sono elencati i collegamenti web che rimandano ai diversi fascicoli del fondo.

“È doveroso ricordare – sottolinea Giuseppe Masi, presidente onorario dell’ICSAIC – la fattiva collaborazione del compianto Vittorino Fittante, storico esponente della sinistra lametina oltre che giovanissimo iscritto alla sezione del PCI nicastrese, nel reperire l’archivio e nel favorirne la donazione al Nostro Istituto da parte dell’associazione “Città” di Lamezia Terme, avvenuta nel 2009”.

ICSAIC, digitalizzato l’Archivio del PCI di Nicastro. Da oggi consultabile online

Il terribile sisma del 27 marzo 1638 che distrusse Aiello, nella poesia di Giuseppe Di Valle

“(…) Il 27 marzo del 1638, un terribile moto tellurico  – scrive Rocco Liberti in Storia dello Stato di Aiello in Calabria – aveva ridotto in macerie gran parte delle città calabre e aveva prostrato a tal punto la stessa Aiello, che da quell’epoca non riuscì più a risollevarsi completamente ed a ritornare agli antichi splendori. Ecco come il parroco del tempo descrisse il triste avvenimento sul registro dei morti: “ (…) Aiello, che nell’occasione venne quasi distrutta, dovette lamentare la perdita di ben 239 vite umane e il crollo parziale del castello, con abbattimento delle mura e delle torri”.
Qui di seguito, riportiamo la poesia di Giuseppe Di Valle, tradotta dal latino dallo stesso Liberti.

Fermati
o viandante
non ti farò indugiare.
Ohimè ohimè, ora son irti
e
squarciati
ruderi
quei bastioni che
la Magna Grecia edificò
saldi contro il tempo
sicuri contro il nemico
lusingando
Flora, Pomona, e Cerere.
E si abbattè insospettato
il terremoto
nelle soavissime delizie.
Ohimè quanti morti
ohimè quanti morti
quanti dirupi ohimè
nonché vita fluente
in cruento e frettoloso sepolcro.
Va’ ora e impara la sorte della Terra
dal destino sfavorevole.
Impara la lealtà della Terra.

1638
Giuseppe di Valle
superstite inconsapevole
e piangente della distrutta Patria.

Si veda anche: Aiello ad Litteram, pp. 148-149

Lo stagno Turbole o della morte. Se ne parla in un articolo dell'ultimo numero della rivista "Geologia dell'Ambiente"

L’articolo a firma di GAETANO OSSO Referente per la Geologia – Arpacal Dipartimento
di Cosenza
FRANCESCO MAZZOTTA Responsabile UTC Settore Urbanistica – Comune
di Lago
GABRIELE CHIAPPETTA Pediatra
GIOACCHINO LENA Vice Presidente Sigea

Il territorio di Aiello Calabro. Alcuni toponimi sconosciuti nei documenti d'epoca

C’è sempre qualcosa da imparare! Oggi per esempio abbiamo appreso da documenti notarili di fine 1700 (Notaio Antonio Serra di Aiello) che esistevano nel nostro territorio comunale alcuni toponimi che sono sconosciuti ai più. 
Ve ne elenchiamo alcuni: Sorbicello, Sambuciti, Lauri, Fratia, Ortali, Manca di Sabelluzza, Diminali (che è o dovrebbe essere mutato in Seminali… e chissà perché), Valle della Rovetta ecc. Interessanti anche i soprannomi – come Iusca e Catoio – che si sono pure conservati sino ai nostri giorni.
Nelle settimane scorse, prendendo spunto dal calendario del 23 febbraio in cui si ricorda San Policarpo – che significa che dà molti frutti (dal greco) -, abbiamo dell’omonimo toponimo del territorio di Aiello Calabro. Secondo l’Orlandi, dopo che nel 981 Aiello era stata assalita e distrutta dai Saraceni, la popolazione scappando, si rifugiò in alcuni casali intitolati a Santi. Come San Policarpo, San Biagio, S. Barbara, S. Caterina, S. Lucia, S. Anna. C’erano anche altri casali, apprendiamo dallo Schioppa, come S. Agata, S. Nicola, S. Elia, S. Angelo, S. Martino, S. Stefano, S. Giovanni, e ancora: S. Andrea, S. Salvatore, S. Basilio. Diversi di questi toponimi si conservano ancora e conosciamo il territorio così chiamato. Ma per alcuni si è persa traccia, come nel caso di San Policarpo. E di quelli elencati sopra.